da Manifesto del15-Marzo-1997


Ombre albanesi

Non solo bande armate, tanti i nodi irrisolti. Primo fra tutti le dimissioni del "pupillo" dell'Italia, Sali Berisha

TOMMASO DI FRANCESCO -

C AOS, ANARCHIA e morte. C'è solo questo a Tirana? Ad una valutazione più attenta non pare, né pare corretto definire un campo dove tutte le vacche sono grigie, sottolineando magari che l'intera classe politica albanese è egualmente responsabile dello sfacelo attuale. Così facendo c'è il rischio di dare retta al "Cavalier" Sali Berisha che, promulgando lo stato d'emergenza ha voluto denunciare "terroristi rossi e agenti stranieri", dimenticando il ruolo della sue bande armate.

Le bande armate infatti sono state lo strumento preferito del regime di Sali Berisha e del suo partito che per circa 10 mesi, dalle elezioni-broglio del maggio '96 in poi, hanno terrorizzato le forze d'opposizione, intimidito i leader, braccato gli intellettuali, incendiato sedi di associazioni e di giornali indipendenti. Bande armate coadiuvate dalle iniziative di repressione della polizia segreta che non ha esitato ad usare le armi per intimidire gli elettori durante le elezioni del maggio '96, e che poi ha bastonato, sparato e ucciso durante le manifestazioni di protesta di un anno fa (quella protesta che smosse addirittura il Dipartimento di stato Usa che a più riprese, a differenza dell'Italia e dell'Europa, chiese la ripetizione delle elezioni e le dimissioni di Sali Berisha). Bande armate che non hanno smesso la loro "attività" pro-presidente, perché non è inutile chiedersi chi in questi giorni abbia aperto i cancelli della prigione di Tirana e chi gli arsenali della polizia segreta (Shik).

Le bande di Berisha

Ora, di fronte allo sfacelo generale albanese, chi si ricorda più che soltanto fino a 20 giorni fa la gente in Albania protestava pacificamente, che scioperavano gli studenti, che la popolazione infuriata per il fallimento delle Finanziarie-truffa - coperte fino a quel momento anche dal Fondo monetario internazionale - scendeva in piazza con blocchi stradali ma per appoggiare lo sciopero della fame degli universitari che occupavano gli atenei di Valona e Argirokastro?

C'è caos e anarchia in Albania, ma una cosa sono le bande armate della malavita che assaltano gli ospedali per razziare e un'altra gli emigrati in Italia e Grecia, rientrati per la disperazione della truffa delle Piramidi, che hanno preso le armi per difendersi dall'iniziativa armata di Berisha e che poi hanno dato vita anche ai comitati di autogoverno delle città insorte. Sknder A., muratore di Bolzano con un kalashnikov in mano mi diceva a Saranda: "Cos'è un albanese sui libri occidentali? Se io vado fuori da qui sono sempre un profugo, un clandestino. Ho preso le armi per dire basta! Voglio lavoro". Così qualcuno, tanta brava gente, tanti senza-potere, ha voluto anche restituire dignità alla propria vita: perché non accorgersi anche di questo fenomeno che certo rompe il nostro tradizionale immaginario sugli albanesi. Gente armata e bande malavitose non sono la stessa cosa, anche se per molto tempo il problema del disarmo e dell'isolamento dei gruppi armati rimarrà di difficile soluzione. Certo non ha "aiutato" la notizia diffusa in Albania dalle tv occidentali di una disponibilità, irresponsabile, dell'Osce a "ricomprare" le armi dagli insorti "come a Panama": chi non aveva ancora assaltato un deposito di armi è subito corso a farlo.

Appare fuorviante mettere tutti sullo stesso piano, partiti d'opposizione (Partito socialista, Partito socialdemocratico, Alleanza democratica, Partito dei diritti umani) e il Partito democratico di Berisha. Il presidente albanese infatti gli oppositori li ha messi in galera - Fatos Nano, leader socialista è stato tre anni in galera senza prove ed era un perseguitato politico per Amnesty International; oppure ha estromesso l'opposizione con le elezioni-truffa dal parlamento, arrivando ad una schiacciante maggioranza del Partito democratico (122 su 140), lo stesso parlamento illegale da cui si è fatto autoproclamare il 3 marzo presidente una seconda volta e in pieno stato d'emergenza. E' stata dunque alimentata una situazione d'illegalità plateale dall'alto che ha "alimentato" l'illegalità diffusa. Non il contrario.

E l'Italia dov'era? Taceva nel novembre '94 quando Berisha indiceva un referendum liberticida che dava al presidente tutte le competenze (un referendum fortunatamente respinto dalla gente); taceva per molti mesi dopo le elezioni-broglio, anche perché gli osservatori internazionali dell'Osce erano stati rabboniti o ricattati dall'ambasciatore italiano Paolo Foresti che nelle riunioni in ambasciata dichiarava: "Sennò la gente scende in piazza..."; poi taceva ancora per le elezioni amministrative dell'ottobre '96, anche quelle per gli Usa "elezioni-farsa". Usare la parola tacere è un eufemismo: il presidente Oscar Luigi Scalfaro aveva tirato la volata elettorale a Berisha dichiarando nell'aprile '96 a Tirana: "Lui è la medicina che serve all'Albania". Naturalmente l'attuale opposizione italiana (Forza Italia e An) non è stata da meno.

"Una persona perbene"

Fini non ha lesinato viaggi da Berisha e ancora ieri Berlusconi in un'intervista ad un giornalista della Bbc che gli chiedeva se non fosse giusto pretendere le dimissioni di Berisha, dichiarava: "E' una cosa ingiusta. Lui è il risultato di elezioni democratiche. Io l'ho conosciuto personalmente, è un vero democratico, una persona perbene".

Ora il Partito socialista con Bashkim Fino punta ad assumere un protagonismo attivo, anche perché il fatto che Berisha lo ha chiamato ad assumere la carica di premier è un riconoscimento esplicito dell'illegalità delle elezioni politiche del '96. Ed è sperabile che i socialisti non dimentichino quanto alternativa e radicale è la posizione del Forum delle opposizioni guidato da Fatos Luboja, per ora messo inspiegabilmente in disparte. La posizione dei socialisti albanesi appare responsabile ma rischiosissima. Se fallisse sarebbe azzerata ogni possibilità di uscire dalla crisi in chiave politica. E' una "posizione di governo" che, mentre avvia la trattativa con i comitati degli insorti - ieri Argirokastro dichiarava la sua fedeltà al nuovo presidente - mantiene irrinunciabili i punti della piattaforma di protesta del popolo albanese: governo tecnico di transizione (e questo c'è), elezioni anticipate a giugno (ed è chiaro che se c'è il caos si allontanano), dimissioni di Berisha (con cui intanto bisogna gestire la precipitazione degli eventi). Questo delle dimissioni di Berisha è un nodo decisivo, proprio mentre lui da Tirana dichiara di non pensare assolutamente a dimettersi e tantomeno a lasciare il paese. Ma la sua permanenza alla massima carica del paese alimenta la rabbia della gente impedendo un legame più solido tra partiti d'opposizione e comitati cittadini degli insorti e insieme aumenta il suo potere d'intervento per aggrovigliare di più, se possibile, la matassa delle responsabilità.

Le ombre d'Albania, un paese che è stato lasciato sprofondare, comunque vada, scendono sull'Italia posta di fronte a scelte indilazionabili. Non è bastata l'esperienza dell'ex Jugoslavia. L'Onu (Unhcr) ci chiede di accogliere i profughi, ed è il meno che possiamo fare viste le nostre responsabilità. Dobbiamo interpretare la richiesta ambigua d'intervento armato "per salvare l'integrità del paese" che viene dal nuovo governo, come salvaguardia delle frontiere rispetto ai nodi esplosivi di Kosovo, Macedonia e Grecia, a meno che qualcuno non abbia in mente un'Albania come il Vietnam, con i marines già posizionati a Tirana; l'unica forza di interposizione deve essere dell'Onu e per far arrivare aiuti umanitari. Va poi approntato dal governo italiano un piano di riparazione d'investimenti verso un paese ricco di risorse e invece considerato da tutto l'Occidente, Stati uniti compresi, come protettorato da Terzo mondo o attracco per navi della Nato.


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