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Metodologia

Io non sono un io semplice, un io indiviso, un io individuo. In me c’è una società di altri individui che hanno bisogno l’uno dell’altro, che si dividono l’uno con l’altro, perché io sono l’altro, perché io mi sono straniero. Io posso conoscere lo straniero in quanto tale perché lo conosco in me. La condizione del nostro essere noi stessi è avere l’altro in noi. Ecco l’idea dell’individualità totale : io sono un individuo ma totale...Nella mia individualità c’è questa comunità di assolutamente distinti che si riguardano essenzialmente. E se mi riconosco come individualità totale, non posso non riconoscere come essenziale in me il volto dell’altro. (Martini C.M. - Cacciari M.,1995)
L’intervento sulle reti sociali vuole superare una visione della comunità divisa in settori (scuola, famiglia, lavoro) per prendere in esame il campo sociale complessivo in cui vivono ed agiscono gli individui. Utilizziamo, quindi, il concetto di rete sociale per descrivere la struttura delle relazioni interpersonali e delle risorse sociali istituzionali presenti in un dato territorio.
L’antropologo Barnes nel 1954 compì le prime analisi sulle reti sociali, e descrisse le relazioni tra gli abitanti di un villaggio norvegese di pescatori. Ma le reti sociali primarie sono state prese in considerazione per molto tempo solo per la cura dei disturbi mentali e relazionali.
Solo negli anni ’70, con la "Community Care", l’approccio di rete ha ricevuto un grande impulso negli studi sociologici e nelle politiche orientate al controllo sociale dei comportamenti devianti, ed è stato messo in discussione il paradigma tradizionale del problem-solving, tipico della cultura medica ed esteso invece a tutti i campi del sociale.
Nell’approccio di rete la comunità è un sistema costituito da parti interdipendenti legate da una causalità circolare, per cui il lavoro di rete consiste essenzialmente nel far sì che tutti gli elementi, anche le parti che compongono sia un problema sia la soluzione, siano collocati in maniera da collegarsi e interdipendere. Una volta messa in moto una parte anche le altre a catena si modificano e si riadattano secondo l’ impercettibile coerenza dell’omeostasi che porta ad un riequilibrio del sistema stesso.
Dunque, come possiamo trovare individui e famiglie disturbate, così esistono reti sociali con disturbi del funzionamento. La rete, infatti, è una struttura invisibile ma reale che deve diventare oggetto di intervento, diventare ‘il paziente’, quando la sua vitalità è compromessa.
Essa è il modo che una collettività ha per definirsi e comunicare e quindi anche gli stati di disagio partono da qui. Si dice,’ la rete ammala, la rete cura’ : nella rete stessa si devono sperimentare i movimenti volti al cambiamento, enfatizzare sia le potenzialità preventive sia quelle riabilitative dei legami di rete e valorizzarne le risorse.
Esiste, dunque, una relazione tra le caratteristiche delle reti sociali e le condizioni di benessere individuale. Infatti una proposta realistica di presa in carico deve partire dalla territorialità, dallo spazio vissuto dalla persona e dalla sua integrazione con quelle risorse, per conoscere i meccanismi di reciproca influenza tra ambiente, gruppo e individuo e sviluppare un intervento che consideri non solo le risorse disponibili ma anche il modo di riciclarle e le proprietà dinamiche del setting.
I destinatari dell’intervento devono diventare il più possibile i co-attori e i co-produttori delle risposte alle richieste da essi stessi formulate ; non si lavora, infatti, per colmare un vuoto, ma per incrementare e sfruttare le capacità e le intelligenze dei destinatari dell’intervento.

Metodologia
Il processo formativo connaturato al progetto consta di due filoni, autonomi nei loro specifici momenti; ma correlati metodologicamente dall’azione globale che si intende intraprendere, già ampiamente illustrata sia nell’ambito enunciativo delle linee generali del progetto che in questo documento.
I due filoni in questione comprendono da un lato la formazione-lavoro, per le cui specifiche modalità si rimanda al documento di programmazione del gruppo di formazione, dall’altro ciò che attiene al campo della individualizzazione e della partecipazione personale condivisa al progetto e non solo, me anche rispetto alle tematiche di ordine psicologico-esistenziale.
Un’esatta definizione del concetto di formazione è concepita in relazione al campo di applicazione, ai soggetti bersaglio della formazione stessa, agli obiettivi proposti e alle risorse disponibili.
In ambito genericamente psicologico la formazione è definita come quel processo teso allo sviluppo compiuto dell’individuo sia in termini di personalità che di professionalità.
In ambito antropologico il termine si riferisce al processo di civilizzazione che si esprime nel doppio significato della parola "cultura", intesa come educazione collettiva e come sistema di valori condivisi. In pedagogia si riferisce allo sviluppo delle acquisizioni spirituali pratiche e teoriche che accompagnano la maturazione dell’individuo e all’esito di questo sviluppo: in questa accezione è sinonimo di "educazione".
Nella psicologia del lavoro c’è una sovrapposizione di significati: la formazione diventa formazione professionale che è un apprendimento programmato, tramite insegnamento e studio, delle conoscenze e delle abilità di base che rappresentano le condizioni preliminari per intraprendere consapevolmente una professione.
Nel nostro progetto il concetto di formazione viene descritto in maniera maggiormente articolata e parte da un’analisi dei problemi in campo (solo riassunta nei suoi passaggi essenziali) la cui acquisizione da parte del progetto e segnatamente da parte dei soggetti bersaglio, costituisce parte fondante e non secondaria del processo formativo stesso: ne riportiamo alcune linee di indirizzo pregnanti.
I gravi e pregiudiziali svantaggi nella reintegrazione sociale e lavorativa dei soggetti bersaglio dipendono in primo luogo dalla loro provenienza socio-culturale: i modelli appresi risentono di una certa incertezza pedagogico-formativa, di mancanza di percorsi alternativi, di valori accreditati, di parametri di riferimento sicuri. I fattori causali che hanno contribuito a produrre e sostenere l’esclusione ed il disagio sono ascrivibili ad alcune caratteristiche potenzialmente patogene dei contesti che hanno accolto lo sviluppo esistenziale, individuati schematicamente:

-la famiglia con la perdita della nuclearità e della sua funzione aggregante;
-la scuola con processi formativi rigidi e determinanti ulteriori esclusioni;
-il quartiere che propone in prevalenza forma di socializzazione tendenzialmente devianti;
-il gruppo di amici che costruisce e ripropone riverberandolo un microcosmo di aggregazione violenta ed illegale.

A questi fattori che precedono l’esperienza dell’illegalità e della carcerazione se ne aggiungono altri parimenti dannosi una volta varcata la soglia della detenzione:

-le situazioni depressive che si sviluppano nell’ambito carcerario e che annullano o indeboliscono possibili motivazioni e aspettative in un’ipotesi di reinserimento e recupero;
-la mancanza di una cultura sociale e di una formazione alternativa che consentano la conoscenza e l’apprendimento di realtà di lavori possibili;
-la mancanza di motivazione da parte delle imprese ad accogliere in formazione-lavoro soggetti a rischio.

Onde poter ancora meglio illustrare l’impostazione metodologica che si intende seguire, è necessario fare riferimento ad alcuni contributi analitici nati proprio in ambiti di detenzione.
La cooperativa "Sensibili alle foglie" collabora al nostro progetto e ha messo a sua disposizione il patrimonio di riflessioni maturato in molti anni di lavoro internamente ed esternamente al carcere. Anni spesi per la comprensione delle dinamiche di identificazione in presenza di stimolazioni estreme.
E’ pertanto opportuno riportare alcune linee-guida della ricerca tuttora in corso di questo gruppo di studiosi, riportandone letteralmente alcuni passi.

Tra le forme possibili della condizione umana, quelle reclusive si collocano a buon diritto tra le situazioni estreme. Prossime al limite in cui la vita s’approssima alla morte e la domanda sul suo senso ulteriore non è detto che sappia trovare risposte. Ma queste zone estreme del’esperienza umana sono anche feconde di risorse inattese.
A fondamento dello sguardo sulle reclusioni, tuttavia, solitamente c’è un’epistemologia spersonalizzante, che cancella una persona appiattendola ad un reato, una categoria psichiatrica o ad uno stigma ghettizzante. A seguito di questo sguardo ogni intervento si dispone così, quando non si accontenta del puro e semplice contenimento, ad un’azione correzionale.
Il presupposto da cui noi muoviamo, confortati dal lavoro di ricerca fin qui svolto a partire dalla esperienza diretta, rimette al centro la persona illuminando una zona oscura solitamente sacrificata, che è quella delle risorse vitali cui le persone attingono per non morire. Risorse delicate, da incoraggiare e far sbocciare finchè giungano a consolidare un patrimonio di autostima ed i talenti ad esse congeniali spendibili nel concreto interesse della persona e del più ampio contesto sociale che essa potrebbe raggiungere ed arricchire.
Il mutamento nell’epistemologia dello sguardo che il nostro approccio propone sollecita a riconsiderare le persone recluse, per qualsivoglia ragione e comunque sia la forma della loro reclusione, nella prospettiva aperta di potenziali de-istituzionalizzanti: prospettiva il cui punto d’origine coincide con la data della loro chiusura. Esso sottende quindi un’idea di pena non reclusiva e una percezione dei dispositivi reclusivi come risposte arcaiche, deumanizzanti e inadeguate.
Alla luce dei contributi che "LIBERA" intende fornire quale possibile modello dialettico alternativo di approccio al problema negli ambiti descritti, occorre descrivere in dettaglio e con sintetica chiarezza i capisaldi metodologici cui ci si riferisce.
Le linee-guida si rifanno ad alcune pratiche psicoterapeutiche di gruppo ad orientamento psicodrammatico e gruppo-analitico con l’evoluzione teorica del rapporto all’interno del gruppo di lavoro ispirata ai principi della psicopatologia progressiva.
Ciò comporta la creazione ed il continuo sostegno attivo di un’atmosfera di gruppo in cui circolino continuamente emotività e risonanze reciproche che sono indotte dalle (e inducono esse stesse) capacità di evocazione emozionale dei conflitti.
A tale scopo il percorso di formazione, per ciò che riguarda ovviamente la così detta "motivazione", si avvalerà di tecniche di conduzione del gruppo che favoriscano esperienze di scambio dei ruoli, doppiaggio, soliloqui e viaggi emotivi e che possano consentire, come nelle esperienze precedenti e già riportate nella valutazione della fase di sperimentazione dell’intervento pilota su Poggioreale:

Inoltre il gruppo avrà come punti di riferimento alcuni indici che, secondo la teoria di Yalom sulla psicoterapeuticità, dovranno costituire insieme gli obiettivi impliciti , personali dei soggetti bersaglio e una possibilità di costituire linee guida per il processo di supervisione.
Vengono qui ricordati non per confondere il piano terapeutico con il nostro, relativo al progetto, bensì esclusivamente per illustrare i principi di riferimento cui si ispira l’attività del gruppo e quindi consentirne la lettura anche nel corso del monitoraggio.

Speranza: la fiducia nel metodo scaturisce dalla valutazione dei risultati, risultati positivi accrescono la fiducia nel metodo stesso e quindi ne potenziano l’efficacia. In tal senso l’esperienza del progetto pilota e la partecipazione ad esso collegata risulterà di importanza fondamentale.
Universalità: si ritiene all’interno dei gruppi che ognuno rappresenti solo se stesso, e ciò è indubbiamente vero considerando i processi di individuazione; ma è pur vero che la propria individualità è tale anche se riesce a cogliere gli aspetti esistenziali personali con modalità proiettiva negli altri. A questo scopo i giochi di ruolo, i doppiaggi e tutte le dinamiche proprie alle tecniche psicodrammatiche costituiscono elemento facilitativo centrale.
Informazione: si intende con questa definizione la ricerca della verifica continua riguardo le conoscenze del gruppo sul gruppo stesso e su i suoi componenti, all’uopo tracciando "mappe sociometriche" in grado di visualizzare le correnti informative interne.
Consigli diretti: questi sono sempre presenti all’interno di un gruppo, specie a partenza dai membri più che dal conduttore. L’importanza del lavoro del gruppo sui consigli consiste nel non accettarli se appaiono come un indefinito "dover essere"; ma di valutarli piuttosto in quanto vettori di possibili compartecipazioni e soprattutto di risonanze emotive.
Altruismo: il processo di relazioni crescenti all’interno di un gruppo lascia emergere spesso una sorta di altruismo che, in linee riverberanti, contribuisce alla costruzione di un fattore importantissimo e così spesso carente, l’autostima. Valorizzare l’altruismo con questa intenzionalità, non quindi quando è diretto ad ignorare l’io in una catena di significazioni di disvalore, è di fortissimo impatto allo scopo della costruzione della propria persona.
Riferimento al gruppo familiare primario: il gruppo rappresenta spessissimo al suo interno le tematiche familiari, ne ripete i motivi ed i personaggi, spinge a giocare continuamente con i ruoli propri alle strutture familiari. Ma la ricchezza e la varietà che un gruppo può offrire in quanto a tipi diversi di figure genitoriali permette la condivisione di tematiche spesso occluse da ruolizzazioni rigide, ripetitive, paralizzanti.
Sviluppo di tecniche di socializzazione: sottolineiamo la bontà del gruppo particolarmente per quanto attiene a questo parametro, la socialità è costantemente sotto osservazione in un gruppo ed è la premessa fondamentale per riacquisire qualunque tipo di abilità sociale. In ogni caso questo parametro è talmente connaturato al gruppo in genere che spesso appare addirittura implicito.

Le tecniche di socializzazione cui si fa riferimento, come più volte ripetuto, si rifanno a quelle proprie dello psicodramma perchè giudicate particolarmente efficaci anche in gruppi non strettamente terapeutici.
Le tecniche codificate sono molte e, naturalmente, prima di enumerarle è doveroso premettere che esse possono e dovrebbero costituire un bagaglio del conduttore dal punto di vista della conoscenza teorica; ma comunque ogni conduttore dovrà essere pronto ad inventarne sempre di nuove e più adatte al momento e all’obiettivo che si intende perseguire.
Schematicamente enumeriamo alcune ipotesi base di tecniche di attivazione di gruppo: "l’inversione di ruolo" rispetto all’ "altro" che può essere una persona ma anche la personificazione di un oggetto, un simbolo, una parte di sè. Agendo nel ruolo dell’altro il protagonista esprime l’immagine che egli ha dell’altro e permette di caratterizzarlo. Altra tecnica centrale di riferimento è quella del "doppio" utilizzabile nei momenti in cui il protagonista si trova in difficoltà a sostenere il proprio modo di sentire rispetto agli altri, così l’emergere di un doppio, identificandosi col protagonista, permetterà di esprimere la funzione di un "alter ego" che esprime ad alta voce pensieri, desideri, sentimenti non detti, dando corpo così ad immagini altrimenti sfuocate ed inespresse o filtrate da difese eccessive. Col "soliloquio" il protagonista esprime ad alta voce ciò che gli passa per la mente rivolgendosi a se stesso, non ad altri: in questo modo i pensieri emergono e si strutturano senza seguire le regole della logica e le esigenze di compiutezza proprie della narrazione, piuttosto vagano disregolate dal flusso variabile delle emozioni.
L’ "intervista" è utilizzabile nelle prime fasi di un incontro di gruppo ed è solitamente utile per rintracciare il filo del discorso su cui il gruppo progressivamente si orienta: si chiedono perciò quali siano le immagini mentali, i pensieri, i desideri, gli affetti che si apprestano ad essere proposti al gruppo nel suo insieme. La "presentazione" di se stesso o di altri membri del gruppo facilita inoltre la conoscenza reciproca di sè, degli altri e soprattutto delle immagini personali sugli altri e di quelle degli altri su di sè. La tecnica dello "specchio" viene usata quando le emozioni sono capaci di offuscare il reale significato di ciò che si dice o si fa e anche di come gli altri tendono a reagire in una relazione a quel determinato stimolo affettivo. La "proiezione nel futuro" è la rappresentazione di una situazione significativa nel suo evolversi in relazione al tempo, prossimo o remoto, acquisendo tutte le dinamiche connaturate a quella determinata scelta o ad una precisa decisione.
La tecnica della "sedia vuota", vecchio arnese di molte psicoterapie di gruppo anche solo su base relazionale (vedi gli studi sistemici sulle dinamiche familiari o sui gruppi di lavoro), consiste nell’utilizzare una sedia come elemento ausiliario per il protagonista. La sedia occupa uno spazio ben definito, un vuoto che va vissuto e riempito da un interlocutore immaginario, dallo stesso protagonista, da un altro membro del gruppo, da un oggetto o da un simbolo.
Naturalmente tutte queste tecniche non possono essere trasposte così come sono nell’ambito del nostro progetto; piuttosto possono essere utilmente evocate e combinate tra loro in una contaminazione in grado di favorire scambi informativi ed affettivi all’interno del gruppo.
Comportamento imitativo: esistono moltissime osservazioni per quanto riguarda la capacità imitativa più o meno inconsapevole messa in atto dai membri dei gruppi. A volte sono state osservate dinamiche tendenti a comportamenti imitativi anche per ciò che riguarda l’esteriorità comportamentale; non intendiamo tralasciare queste modalità perchè esse sono indicative di modelli comportamentali molto più interni e complessi di quanto non possa apparire.

Oltre a questi fattori di ispirazione e di valutazione dell’attività di un gruppo, ne esistono altri di estrema importanza ma così a volte impalpabili da non renderli facilmente oggettivabili.
Ci si riferisce alla coesione del gruppo, alle sue capacità catartiche e all’intreccio di infiniti fattori esistenziali che comunque invadono e condizionano qualunque dinamica interpersonale.

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