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| Il Golfo puteolano prima dell'eruzione del Monte Nuovo. (Particolare del plastico ricostruttivo realizzato dal progetto Eubea). |
Il lago Lucrino, artificialmente delimitato dalla predetta via Herculanea, certamente preesistente alle
opere portuali di Agrippa, è ricordato per la cospicua coltivazione di molluschi bivalvi, realizzata da
Sergio Orata (Lucrino = lucrum, guadagno).
La valle di Toiano, chiusa a settentrione dalla sella che collega il Monte Sant'Angelo e il Monte
Barbaro, in età augustea ospitava il predio (villa rustica, podere) di Marcio Filippo, patrigno di
Ottaviano. Qui sostò il futuro imperatore, al rientro dall'Oriente, che, per eredità ne divenne il
proprietario. Infatti, Toiano deriverebbe da Ottaviano (in dialetto troncato in Taiano). Nelle
vicinanze, forse nei pressi di Arco Felice, è documentata la grande villa di Cicerone, da lui appellata
Puteolanum, nota anche per la presenza di una miracolosa sorgente termale, molto frequentata nel
Medioevo.
La rinomanza che godette la zona nell'antichità è dovuta anche alla esistenza di copiose sorgenti
termali, le cui acque curavano ogni tipo di malattia. Testimonianza di questa attività balneare sono le
numerose strutture architettoniche esistenti lungo le pendici della collina di Trìtoli, note come "stufe
di Nerone", e la grandiosa sala circolare ai margini del lago d'Averno, conosciuta come "tempio di
Apollo".
Dalla fine del V secolo d.C., il movimento bradisismico discendente (positivo) determinò l'avanzata del mare e la sommersione delle opere portuali e termali. Dal VI secolo in poi il silenzio cala su tutto il territorio. Comunque, il poeta Felice, Cassiodoro e l'ebreo Beniamino di Tudela documentano l'interesse per i bagni flegrei da parte dei vari invasori Vandali, Goti e Longobardi. Anche se lo sprofondamento continuò fino al X secolo, periodo in cui il mare -secondo Antonio Parascandola- raggiunse quota sei metri circa rispetto al pavimento del cosiddetto "tempio di Serapide", la frequentazione delle terme è attestata dalla presenza di illustri personaggi tra il IX e il XIV secolo, come i papi Giovanni VIII e Bonifacio IX, gli imperatori Ludovico II e Federico II. Proprio a quest'ultimo si deve l'impulso della rinascita termale; infatti, tra l'ottobre e il novembre 1227, egli si recò ai bagni di Pozzuoli per curarsi dalla malattia che l'aveva colpito a Brindisi, mentre si accingeva a salpare per la crociata in Terra Santa. Contemporaneamente, tra il 1212 e il 1221, il poeta di corte Pietro Anzolino da Eboli gli dedico un trattatello in versi De Balneis Terrae Laboris o De Balneis Puteolanis con l'elencazione in epigrammi latini delle trentacinque sorgenti dei Campi Flegrei. Quest'opera, tradotta in volgare e più volte edita, divulgò le miracolose qualità terapeutiche delle acque flegree, favorendone lo sviluppo e la frequentazione.
La zona più rinomata dei Campi Flegrei per la presenza di numerose sorgenti è quella del lago
d'Averno e della collina di Trìtoli, nei cui pressi, sin dal secolo XIII, è documentato il noto villaggio
di Tripergole. Già il toponimo, "tre pergole", tre stanze (frigidarium, tepidarium e calidarium)
denota l'origine e l'economia termale dell'abitato. Con gli Angioini e gli Aragonesi, la località visse
un'età splendida: la corte si trasferiva spesso, per riposo o per svago, nel castello con la famosissima
"canetterìa" (allevamento di cani) e la regia cavallerizza, voluta nel 1464 dal re Ferdinando I
d'Aragona.
Gradualmente, il territorio si sviluppò secondo la sua naturale vocazione termale: furono realizzate
adeguate strutture sanitarie e ricettive, una farmacia ("Speziària") accorsatissima e tre osterie -forse
il toponimo deriverebbe anche dalla loro presenza- che, certamente, svolgevano anche la funzione di
locanda, destinate, ovviamente, ai frequentatori benestanti. Si ha notizia di un certo Giovanni
Caponcapo che ottenne la licenza di costruzione di una taverna da Carlo I d'Angiò, accordata nel
1265. Persino re Roberto d'Angiò, nel 1332, obbligò gli uomini dei casali di Posillipo, Fuorigrotta e
Pozzuoli di ripavimentare la strada che da Piedigrotta conduceva a Tripergole, per favorire il
turismo termale.
Se si considera che anche la collina di Trìtoli ("stufe di Nerone") rientrava nell'àmbito del termalismo
tripergolese, ben diciotto terme erano pienamente funzionanti nel Medioevo, ognuna con una
specifica proprietà terapeutica: Bagno di Cicerone o del Prato, Bagno di Tripergole, Bagno
dell'Arco, Bagno di Ranieri, Bagno di San Nicola, Bagno della Scrofa, Bagno di Santa Lucia, Bagno
di Santa Maria, Bagno della Santa Croce, Bagno del Succellario, Bagno del Ferro, Bagno della
Grotta Palombara o della Sibilla, Bagno di Silviana, Bagno di Trìtoli, Bagno di San Giorgio, Bagno
del Pugillo, Sudatorio di Trìtoli e Bagno del Petrolio. A queste terme vanno aggiunte quelle della
vicina Baia: Bagno del Sole e della Luna, Bagno di Colma, Bagno di Gibboroso, Bagno della Fonte
del Vescovo, Bagno delle Fate, Bagni di Bracula e Bagno della Spelonca.
Carlo II d'Angiò, detto "lo zoppo", per venire incontro alle esigenze dei forestieri e degli infermi meno abbienti, che si recavano a Tripergole per le cure belneo-termali, decretò, con provvedimento del 5 settembre 1298, la fondazione di un ospedale, con la prevalente funzione di xenodochio (ospizio per stranieri). E' probabile che il re ampliò in forme più decorose una struttura più modesta, già esistente, forse, in età sveva. Infatti, la presenza dello xenodochio è già documentata nel 1277 ed era amministrato dal napoletano Gregorio Coppola. Il nuovo complesso ospedaliero fu posto alla dipendenza dell'Ospedale Maggiore di Santo Spirito in Saxia di Roma e affidato alle cure del Frati Ospitalieri di quell'ente, chiamati al governo dell'Ospedale dell'Annunziata di Napoli. Addirittura, Carlo II, nella sua magnanimità, dispose la sospensione del pagamento dei tributi ai puteolani "donec durat opus fabrice dicti hospitalis"; il 19 giugno 1307 si registrò anche uno "sciopero e una vera serrata" degli operai addetti alla costruzione e alcuni fornitori "de casali Iullani" si rifiutarono di consegnare il legname. L'opera fu completata, in ogni sua parte, alla fine del 1307, ma qualche reparto dell'ospedale incominciò a funzionare alcuni anni prima. Fra gli architetti che presero parte alla costruzione è annoverato Mastro Gallardo o Gagliardo Primario, noto per l'edificazione della Chiesa di Santa Chiara a Napoli e per la sua collaborazione con lo scultore senese Tino di Camaino. Per la costruzione del complesso di Tripergole, che poteva contenere fino a 120 posti letto, il re concesse 700 once d'oro. Lo xenodochio di Tripergole divenne tanto noto che in esso si celebrava, con grande partecipazione di popolo, la festa della Pentecoste e, in tale occasione, si svolgeva anche la tradizionale sagra delle ciliegie, con suoni, canti e danze.
A Tripergole è documentata l'esistenza di un'altra chiesa sotto il titolo di Santa Maria Maddalena,
costruita nel 1309 a "divozione e spesa" del milite napoletano Matteo Caracciolo, detto Carrafa.
Dai documenti non risulta una massiccia presenza di case private, ma solo strutture ospedaliere e
termali che funzionavano nelle calde stagioni (da aprile a ottobre), con annesse qualificate
infrastrutture. Dalla deposizione di un certo Antonio Russo, allegata alla Informatio pro Hospitali
de Tripergola del 1587 (Archivio Storico Diocesano di Pozzuoli), è possibile ricavare qualche
elemento descrittivo dell'antico complesso ospedaliero e della topografia di Tripergole. La chiesa e
l'ospedale erano ubicati nel castello angioino (forse nelle sue pertinenze); l'ospedale si sviluppava
nella parte più bassa, sopra i bagni termali del piano terra (si tratta, quasi certamente, del Bagno di
Tripergole) e dislocati ai margini di una strada, lungo la quale si trovavano le tre osterie e la
farmacia, che era "là per beneficio di detto Ospedale".
Con la famosa eruzione che portò alla formazione del Monte Nuovo (29-30 settembre 1538),
scomparve l'intero villaggio di Tripergole sotto una montagna di scorie vulcaniche, sconvolgendo la
fisionomia e l'orografia dei luoghi. I segni premonitori dell'eruzione, già avvertiti alcuni decenni
prima, con terremoti e sollevamento del suolo, divennero più intensi e frequenti e causarono lo
spopolamento del villaggio di Tripergole; infatti, i cronisti non registrano vittime durante la
catastrofe.
Pertanto, oggi è impossibile localizzare con una certa precisione il sito dell'antico villaggio di
Tripergole; approssimativamente, esso sorgeva nell'attuale area compresa tra Arco Felice, Lucrino e
Toiano, sulle pendici meridionali e sul pianoro dell'allora esistente Monticello del Pericolo. Il centro
abitato si trovava nei pressi dell'incrocio di due importanti strade: una tra Pozzuoli e Baia; l'altra, che
partiva proprio da Tripergole, attraversando la valle di Toiano e salendo alla Torre di Santa Chiara,
in località Monterusciello, si immetteva sulla vecchia via Consolare Campana, all'altezza di Quarto,
per dirigersi verso Aversa e Capua.
Dopo il terrificante evento, la zona dove sorgeva Tripergole dovette languire in un lungo, totale e
giustificato periodo di abbandono, anche perchè scomparve la maggior parte delle sorgenti termali.
L'ospedale di Santo Spirito e la chiesa di Santa Marta, furono riedificati, tra scandali e denunce, intorno
al 1572, a Pozzuoli, sul quadrivio dell'Annunziata, le cui strutture, anche se radicalmente manomesse, sono ancora
evidenti nell'edificio.
Soltanto nel 1668 si registrò un tentativo di rilancio del termalismo puteolano e tripergolese. Il viceré don Pedro
Antonio d'Aragona affidò ad una commissione di medici, guidata da Sebastiano Bartolo, l'incarico di ritrovare le
antiche sorgenti termali da Coroglio a Miseno. Lungo le pendici meridionali del Monte Nuovo furono portate alla luce
diverse polle, attribuite senza alcun riscontro topografico ai complessi termali di Tripergole, che non furono
adeguatamente sfruttate.
"Esso testimonio si ricorda a tempo che era Figliuolo, che andava alla festa di S.Spirito, la quale
chiesa stava dentro il castello nominato Tripergola, ed in detta festa se ci spendevano per li
maestri le cerase, e se ci ballava, dove concorreva tutta la città in detta festa, ed in detto castello vi
era un ospidale della parte di basso sopra li bagni ternarie, ed esso testimonio entrava dentro ditto
ospidale, e vi vedeva circa 30 letti nelli quali dimoravano molti infermi forastieri e cittadini, i
quali avevano bisogno di bagni sudatorii.
L'anno 1538 nel giorno di San Geronimo (28 settembre) si sentì in detta città un gran terremoto, il
quale allo spesso pigliava e lasciava, e tutta la città si mise in rivolta e quasi tutta disabitata,
andando a Napoli e per le campagne chi fuggiva in un luogo, e chi in un altro e pareva che il
mondo volesse subissare, e la gente fuggiva etiam nuda e fuggendo esso testimonio coi suoi figli, e
sua moglie, ritrovò alla porta di Pozzuoli una donna nominata Zizula, moglie di mastro Geronimo
Barbiero, la quale andava in camicia a cavallo di un somiero alla maniera mascolina scapellata e
tutti piangevano e gridavano misericordia.
E come fu verso un'ora in due di notte uscì una bocca di fuoco vicino al detto ospidale, nel largo
nominato 'La Fumosa' da centro mare, e menava gran moltitudine di pietre pomici e di arena, e
venne detta bocca di fuoco così aperta ad accostarsi al castello di Tripergola e tutto lo
sconquassò, e rovinò, e poi lo riempì di arena, di pietre e vi fece una montagna nuova in 24 ore
dove in fino ad oggi si vede". 30 luglio, 1587