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Eleonora de Fonseca Pimentel

Biografia

Nasce a Roma il 13 gennaio 1752, nel luglio del 1760 si trasferisce a Napoli con la famiglia. Ben presto si fa notare per l’ingegno pronto e vivace e per la facilità nel comporre versi latini e italiani: nel 1768 è già una piccola celebrità. Fa parte di varie Accademie con pseudonimi e stringe relazioni letterarie con Baldassarre Papadia, Emmanuele Campolongo e soprattutto con Pietro Metastasio.
Risalgono a quei tempi le composizioni Il tempio della gloria, per le nozze di Ferdinando IV con Maria Carolina, La nascita di Orfeo, per la nascita del primo figlio maschio della coppia regale.
Nel 1777 si sposa con Pasquale Tria de Solis, dal cui matrimonio nasce un bambino, morto due anni dopo, nel 1785 si separa e resta vedova nel 1795.
Si dedica in seguito agli studi di economia e diritto pubblico. Nel 1790 appare ancora sostenitrice dei diritti del principe, qualche anno dopo, nel 1799, diventa un’ardente giacobina e partecipa alla rivoluzione repubblicana del ‘99. Eleonora coltiva relazioni coi compatrioti del suo paese d’origine e coi componenti dell’ambasciata del Portogallo a Napoli. Nei giorni del combattimento si trova con gli altri patrioti nel castello di Sant’Elmo. Il 23 gennaio 1799 in un elenco di nomi di persone sulle quali si poteva contare per gli uffici da istituire, viene fuori quello della Pimentel come giornalista della Repubblica napoletana.
E’ direttrice e unica redattrice de <<Il Monitore>>, dalle cui pagine denuncia, avvalendosi della libertà di stampa, le ruberie perpetrate da uomini di governo.
Per coinvolgere la plebe per tutto ciò che riguarda la legislazione e i propri diritti, esorta a scrivere in dialetto e propone una gazzetta vernacola.
Il 17 agosto 1799 fu condannata a morte e l’esecuzione avviene in piazza del Mercato il 20 agosto. Il suo corpo penzolò dal patibolo per un’intera giornata.


Testi

I

Figlio, tu regni in Cielo, io qui men resto

Miseria, afflitta, e di te orba e priva;

Ma se tu regni, il mio gioire è questo,

Tua vita è spenta e la mia speme è viva.

Anzi la Fede e cresce e si ravviva,

E per essa al dolor la gioia innesto:

Chè il viver fora al paragon molesto,

E tutto ottien chi al tuo morir arriva,

E parte di tua gloria in me discende,

Chè l’esser madre di uno spirito eletto

L’alma devota in caritate accende.

Ma il laccio di natura in terra é stretto.

Ah, se per morire ancora in Ciel si stende,

Prega tu pace all’affannato petto!
 
 

II

Figlio, mio caro figlio, ahi! l’ora é questa

Ch’io soleva amorosa a te girarmi,

E dolcemente tu solei mirarmi

A me chinando la vezzosa testa.

Del tuo ristoro indi ansiosa e presta

I’ti cibava; e tu parevi alzarmi

La tenerella mano, e i primi darmi

Pegni d’amor: memoria al cor funesta.

Or chi lo stame della dolce vita

Troncò, mio caro figlio, e la mia pace,

Il mio ben, la mia gioia ha in te fornita?

Oh di medica mano arte fallace!

Tu fosti mal accorta in dargli aita,

Di uccider più, che di sanar, capace.
 

III

Sola fra miei pensier sovente i’ seggio,

E gli occhi gravi a lagrimar m’inchino,

Quand’ecco, in mezzo al pianto, a me vicino

Improvviso apparir il figlio i’ veggio.

Egli scherza, io lo guato, e in lui vagheggio

Gli usati vezzi e ‘i volto alabastrino;

Ma come certa son del suo destino,

Non credo agli occhi, e palpito, ed ondeggio.

Ed or la mano stendo, or la ritiro,

E accendersi e tremar mi sento il petto

Finchè il sangue agitato al cor rifugge.

La dolce visione allor sen fugge;

E senza ch’abbia dell’error diletto,

La mia perdita vera ognor sospiro.
 

IV

O splenda il sol, o tuffi il carro adorno,

Ovunque gli occhi di fissar procuro,

Sempre presente al mio pensier figuro

Della morte del figlio il crudo giorno.

Le meste faci scintillargli intorno

Dell’ombre io veggio in fra l’orrore oscuro,

E agonizzar spirante il raffiguro

Se, dove luce, a rimirar ritorno.

E se, cercando al mio dolor conforto,

Talor m’involo alla spietata soglia,

Dubbio e spavento, empi compagni, io porto.

E allor che fra le mura il piè riporto,

Parmi che in tetra faccia ognun m’accoglia,

E gridi: - ahi te infelice, il figlio è morto!
 

V

Le meste rime del Cantor toscano

Lessi sovente e piansi al suo dolore,

Compassionando lui che per amore

Laura piangeva e la piangeva in vano.

Poichè con cruda inesorabil mano

Morte del figlio mio troncato ha l’ore,

Sfogo in versi pur io l’afflitto core,

E il duol raddoppio per sè stesso insano.

Or chi più giusto oggetto a’ pianti suoi

Ebbe, e in affanno più crudel si dolse?

Anime di pietà, ditelo voi.

D’accesa mente acerbo frutto ei colse,

Io di dover, che più sacro è fra noi:

Ei perchè volle, io perchè il Ciel lo volse.
 

(E. De Fonseca Pimentel, Sonetti di Altidora Esperetusa in morte del suo unico figlio, Napoli 1799).


Opere

Il tempio della gloria. Epitalamio per le nozze di Re Ferdinando IV con Maria Carolina, Napoli 1768;
La nascita di Orfeo.Cantata per la nascita del principe ereditario delle Due Sicilie, Napoli 1775;
Il trionfo della virtù, Napoli 1777;
La gioia d’Italia. Cantata per l’arrivo in Napoli delle LL. AA. RR.. Il Gran Duca e la Gran Duchessa delle Russie, Napoli 1782;
Il vero omaggio, Napoli 1785;
La fuga in Egitto, Napoli 1792;
Il monitore del 1799, a cura di B. Croce, Bari 1943.


Bibliografia

Croce B.,Eleonora de Fonseca Pimentel, estratto da: "Rassegna degli interessi femminili", n. 5-8, 1887;
Macciocchi M. A., Cara Eleonora, Milano 1993;
Schiattarella F., La marchesa giacobina. Eleonora Fonseca Pimentel, Napoli 1973;
Striano E., Il resto di niente, Napoli 1986;
Urgnani E., La vicenda letteraria e politica di Eleonora de Fonseca Pimentel. Prefazione di L. Muraro, Napoli 1998;