La Letteratura e la Rivoluzione


 Trattando di rivoluzione napoletana del 1799 e del suo rapporto con la letteratura (italiana soprattutto, ma anche e più in generale, europea), la cosa che immediatamente colpisce è la constatazione che quella tragica vicenda, pur col suo immenso carico di passioni ideali e civili, di altissime speranze e brutali repressioni, di esaltanti illusioni e brucianti disillusioni, di odi selvaggi e delicati amori, di avvilenti codardie e sublimi eroismi, non abbia dato vita a nessuna creazione letteraria veramente memorabile e che abbia lasciato traccia di sé nella storia di questi ultimi due secoli della letteratura italiana o di altre letterature.
      Esemplare il caso del Foscolo, che tra il 1796 e il 1799 compone il sonetto "A Venezia" («O di mille tiranni, a cui rapina / riga il soglio di sangue, imbelle terra! / ... / Ma verrà il giorno, e gallico lo affretta / sublime esempio, ch’ei de’ suoi tiranni / farà col loro scettro alta vendetta», vv. 1-2/12-14) e le odi Ai novelli repubblicani («A l’armi! Enteo furor su voi discende / che i spirti sgombra, e l’alme erge ed avvampa», vv. 19-20) e A Bonaparte liberatore («Deh! mira, come flagellata a terra / Italia serva immobilmente giace / per disperazïon fatta secura»), ma non scrive un solo verso sulla rivoluzione napoletana del ’99: ne farà solo un freddo oggetto di analisi storica nel 1821, quando, per illustrare i nuovi avvenimenti rivoluzionari del 1820-21 nel Regno di Napoli, preparerà l’Account of the Revolution of Naples during the years 1798-1799 per il «New Monthly Magazine» dove, riproponendo analisi e giudizi del Saggio di Cuoco, approderà a un pessimismo storico disperato e radicale circa il ruolo e l’efficacia delle rivoluzioni; e se Cuoco, individuando nella disorganizzazione popolare una delle cause primarie del fallimento dell’esperienza rivoluzionaria del ’99, aveva concluso che bisognava “educare il popolo”, Foscolo, che individua nella feroce e prevaricante iniquità del diritto internazionale la principale ragione del naufragio di ogni moto insurrezionale, teorizzerà la necessità del rovesciamento del sistema delle potenze per raggiungere una condizione di vera libertà. Indugiando  per qualche istante ancora su Foscolo, si può considerare ormai definitivamente archiviata anche la tesi, che fu del Fubini, di una possibile identificazione con uno dei protagonisti intellettuali delle vicende napoletane del ’99, Francesco Lomonaco, del “Diogene” del Sesto tomo dell’Io, dopo gli studi di Goffis e le ulteriori precisazioni dell’ultimo editore dell’opera foscoliana, Di Benedetto, che riscontra invece rilevanti affinità col Parini dell’Ortis.
       Deludente è anche il contributo di un altro protagonista della letteratura italiana nel periodo a cavallo tra i due secoli, Vincenzo Monti, che su commissione compose "I Pittagorici", un melodramma in forma di cantata (con musica di Paisiello) rappresentato nel Real Teatro di San Carlo il 19 marzo 1808, alla presenza di Giuseppe Napoleone, re di Napoli e di Sicilia: l’opera ebbe un discreto successo di pubblico e inoltre fruttò all’autore non pochi onori e una pensione di tremila lire, ma il suo valore letterario è irrilevante, soprattutto a motivo della fredda macchinosità e artificiosità in cui si risolve sulla scena l’idea allegorica (alludere alle vicende rivoluzionarie napoletane attraverso la rappresentazione di episodi cruciali della persecuzione dei filosofi pitagorici ad opera di Dionigi di Siracusa) su cui è costruita la cantata. Sicché nel tentativo di rendere il più trasparente possibile le allusioni alle situazioni allegorizzate, Monti finisce per togliere a quelle allegorizzanti ogni autonomia e naturalezza rappresentative, col risultato scontato o di un’eccessiva oscurità nel rapporto allusivo (molti tra il pubblico non colsero i rinvii alle corrispondenti vicende napoletane) o, al contrario, di un’ingombrante intrusione dell’allegorizzato negli avvenimenti allegorizzanti: si pensi all’episodio della morte di Agesarco («Ahi dove stavi, / o giustizia di Dio, quando sospeso / dalla punica antenna / fu l’inclito Agesarco? Al fatal nodo / porse il collo l’eroe con quella fronte / con che i nemici fulminava avvolto / nei marittimi assalti. Alta da lungi / vider le rive spaventate al vento / ondeggiar la gran salma; e ne piangea / mesto il cielo, e d’orror l’onda fremea») in cui l’esigenza di commuovere l’uditorio rende così scopertamente manifesta l’allusione all’esecuzione di Francesco Caracciolo, da convincerci che quei versi, in realtà, siano nient’altro che una parafrasi del passo del Saggio di Cuoco dedicato alla pietosa descrizione della morte dell’ammiraglio napoletano («Si vide Caracciolo sospeso come un infame all’antenna della fregata “Minerva”; il suo cadavere fu gittato in mare. [...] Dopo due giorni il cadavere di Caracciolo apparve sotto il vascello, sotto gli occhi del re ...»).
      Il caso Monti, più ancora di quello di Foscolo, permette di identificare nella palese sussidiarietà, se non proprio subordinazione, della letteratura  nei confronti della storia di quell’esperienza rivoluzionaria la possibile causa della scarsa caratura artistica delle opere letterarie che ad essa si ispirano: un caso limite è rappresentato dal poema Il Nicasio. Vicende Politiche del ’99 divise in sentimenti poetici, contenuto in un manoscritto conservato nella biblioteca del Museo di S. Martino (la data Sorrento anno 1809 si riferisce probabilmente all’epoca in cui fu iniziato), e fatto conoscere in maniera compiuta da Vittorio Spinazzola nel 1899. «È un poema in sesta rima diviso in due parti, di cui la prima, composta di trentotto canti o sentimenti come li chiama l’autore, va dagli avvenimenti della rivoluzione napoletana del ’99 alla batagglia di Marengo; l’altra, di dieciotto, canta quelli dalla battaglia di Marengo all’entrata degli Austriaci in Napoli, nel marzo del 1821» (Spinazzola, p. 98). L’autore (identificato da Spinazzola in tal Nicasio di Mase, figlio di Cristofaro e Lucia Pepe) narra episodi vissuti in prima persona, dalla difesa del Ponte della Maddalena all’incarceramento nella Vicaria (con Ierocades e Filangieri), dall’esilio a Parigi al ritorno a Napoli con la brigata di Latouche, fornendoci così una importante documentazione storica di prima mano (si pensi, per es., all’episodio di cannibalismo raccontato con viva crudezza nel canto ottavo: «A me vicino in quel remoto loco / v’era di sgherri una masnada insana, / dediti ad arrostir insù del foco / senza ribrezzo alcun la carne umana; / e di quella un boccon, senza contrasto / mi offriro, ed io risposi: ottimo pasto»), ma dal valore poetico molto prossimo allo zero.
     Solo preziose informazioni storiche (specie sugli ultimi istanti dei martiri della Repubblica), sia pure di seconda mano (la fonte, secondo il Baldacchini, citato da Croce, potrebbe essere stato il canonico Gioacchino Puoti, che «assisté co’ conforti della religione i condannati all’estremo supplizio», ovvero suo nipote Basilio), ci fornisce ancora il dialogo Mario Pagano ovvero della immortalità (1845), composto da Terenzio Mamiani negli ultimi anni del suo esilio parigino.
     La tensione documentaria, se non addirittura storiografica, risulta preminente, e finisce per ridurre negli ambiti angusti dell’animazione romanzesca lo spazio della creazione letteraria, anche in opere riconducibili più propriamente al genere del romanzo storico, come I repubblicani di Napoli di Adolfo Stahr , scritto in tedesco e pubblicato a Berlino per la prima volta nel 1849 (la traduzione italiana, probabilmente dovuta a Giuseppe del Re, apparve nel 1854) e Popolo e Re di Davide Galdi, uscito a Napoli nel 1931; un discorso leggermente più articolato va tentato per le cosiddette biografie romanzate, e, all’interno di esse, soprattutto per le saghe delle eroine, e comunque delle protagoniste della rivoluzione, costituitesi in un vero e proprio filone a partire dalla pubblicazione a Parigi fra il 1864 e il 1865 dei nove volumi delle due monumentali “biografie” di Alessandro Dumas dedicate a Luisa Sanfelice (La San-Felice era già comparsa in precedenza,a puntate, sul quotidiano parigino «La Presse» [15 dicembre 1863 - 3 marzo 1865] e sull’«Indipendente» [10 maggio 1864 - 28 ottobre 1865]) ed Emma Lyon (Emma Lyonna o le confessioni di una favorita era già stato pubblicato a Napoli nel 1862 dalla Tipografia Universale, comparendo subito dopo, a puntate, anche sull’«Indipendente»). Il filone ha privilegiato per oltre un secolo la figura tragica di Sanfelice: dalla Luigia Sanfelice di Francesco Mastriani del 1870 al “racconto storico” di Croce del 1888 (ma uscito nel 1926 nel volume dedicato alla rivoluzione napoletana del 1799), dal romanzo dell’americano Vincent Sheean (Sanfelice. A Novel) del 1936 a quello di Vincenzo Morra (Luisa Sanfelice. La sventurata del ’99) del 1979, fino al recentissimo contributo di Macciocchi (L’amante della rivoluzione) del 1998; ma negli ultimi quindici-vent’anni esso si è articolato in varie direzioni, occupandosi, oltre che della seconda delle protagoniste dumasiane (ricordiamo Beloved Emma. The Life of Emma Lady Hamilton di Flora Fraser del 1986, The Volcano Lover di Susan Sontag del 1992 e l’ancor fresco di stampa Una lady napoletana di Sandro Castronuovo), anche dell’altra eroina della rivoluzione, Fonseca Pimentel (soprattutto con Il resto di niente di Enzo Striano del 1986 e Cara Eleonora di Maria Antonietta Macciocchi del 1993). A queste diramazioni si è andata aggiungendo un’altra collaterale che si è posta l’obiettivo di indagare il versante dei “restauratori”, e tra essi specialmente l’ambigua figura del cardinale Fabrizio Ruffo (menzioniamo almeno il libro di Peter Nichols, Ruffo in Calabria, del 1977).
     Di tutte queste opere, volendo tentare un sintetico e perciò necessariamente superficiale giudizio, si può solo dire che, pur con la conferma di un livello letterario generalmente non eccelso, laddove la pressione della verità storica è più allentata e più spazio si concede all’invenzione e alla verisimiglianza, si riscontrano le prove più convincenti (un esempio è il romanzo di Striano), mentre dove le pretese storicodocumentarie ambiscono alla competitività storiografica, si hanno generalmente esiti ibridi e complessivamente molto discutibili, come nel caso, per esempio, delle biografie romanzate di Macciocchi.
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


 
 
 
 
 


 


Bibliografia
Croce B., Aneddoti di varia letteratura, vol. 3., Bari, Laterza, 1954; PASQUALE De Lisio P., Note su Cuoco e Foscolo, «Il pensiero politico» 3 (1970), pp. 370-88;
Fubini M.,Ortis e Didimo. Ricerche e interpretazioni foscoliane, Milano, Feltrinelli, 1963;
Goffis C. F.,Studi foscoliani, Firenze, La Nuova Italia, 1942;
Id., Nuovi studi foscoliani, Firenze, La Nuova Italia, 1958;
Spinazzola V.,Ricordi e documenti inediti della rivoluzione napoletana del 1799 conservati nel Museo Nazionale di San Martino. II. Il Nicasio. Vicende politiche del ’99, «Napoli nobilissima» , vol. 3, fasc 6-7 (1899), pp. 98-112.