Le Scienze e la Rivoluzione


Il ruolo fondamentale avuto dagli scienziati durante la Rivoluzione del 1799 è un fatto noto, già evidenziato da storici coevi come Vincenzo Cuoco. Ciò che è mancato finora è un’indagine approfondita del fenomeno, riguardante sia i personaggi minori e talvolta sconosciuti, sia il rapporto tra indirizzo e finalità della scienza negli anni Settanta-Ottanta del XVIII secolo e lo sviluppo del giacobinismo. Allo stato attuale delle ricerche si può affermare con certezza che, pur mancando a Napoli un ‘partito’ sul modello degli idéologues, la presenza degli scienziati fu notevole e contribuì a incrementare, soprattutto attraverso l’insegnamento, il numero dei seguaci delle idee rivoluzionarie. Non a caso fu numerosa la partecipazione di giovani e studenti agli eventi del 1799. Un fattore non secondario dei rapidi mutamenti politici e culturali di fine Settecento fu infatti la componente generazionale: “... l’irruzione giovanile sulla scenza politica in quegli anni di sviluppi drammatici e originali inaugura anche a Napoli la connessione fra ‘giovinezza’ e ‘rivoluzione’ che sarà poi una costante dell’epoca contemporanea” (G. Galasso). In questa prospettiva va sottolineato il peso che ebbe nella diffusione del pensiero giacobino l’Accademia di chimica aperta nel 1792 da Carlo Lauberg e Annibale Giordano. Il primo fu un convinto seguace, non solo sul piano scientifico, delle idee di Lavoisier, il cui Traité élémentaire de chimie venne tradotto e pubblicato a Napoli proprio nel 1791-92; il secondo fu un brillante e precocissimo matematico. L’Accademia, a partire dal novembre 1792, prese “l’aspetto di un ‘gran collegio’, in cui si accoglieva la gioventù di talento, invitata parte dall’esempio e parte dalla persuasione degli antichi accademici, ognuno de’ quali era intento a far proseliti” (B. Croce). Lauberg e Giordano fecero parte anche della Società patriottica (1793-1794), una delle più importanti organizzazioni segrete del primo giacobinismo napoletano, alla quale fu iscritto con posizione di rilievo un altro scienziato, Teodoro Monticelli, il futuro segretario dell’Accademia delle scienze. Anche Pietro Napoli Signorelli, segretario perpetuo della stessa Accademia fino al giugno del 1799, fu costretto all’esilio in Francia per essere stato nominato dai francesi membro della Commissione legislativa. Significativo fu l’apporto di giovani nobili usciti dall’Accademia militare, dove aveva insegnato fra l’altro proprio Lauberg, e degli studenti della facoltà di medicina, particolarmente quelli che frequentavano il Collegio dell’ospedale degl’Incurabili, che fu poi chiuso da Ferdinando IV, una volta ripreso il potere, per esere stato un covo di “politicanti e rivoluzionari”. In una sentenza della Giunta di stato del 28 gennaio 1800 si legge che il 22 gennaio dell’anno precedente un gruppo di studenti innalzò nel cortile dell’ospedale “l’albero della libertà al suono di musica, ballando e gridando in lode della democrazia e malmenando la monarchia”. La stessa sorte  del Collegio degl’Incurabili era toccata all’Accademia militare, soppressa nel luglio del 1799 con l’intento di stabilire regole che ostacolassero per il futuro la formazione di ufficiali simpatizzanti delle idee giacobine e costituzionali. La medicina fu la scienza che offrì, in Francia e in Italia, gli strumenti conoscitivi più idonei per evidenziare i limiti del riformismo illuminato. Soprattutto negli anni Ottanta furono avviate nella capitale del Regno una serie di ricerche (F. Baldini, G.M. Galanti, L. Targioni, C. Palermo, F.A. Salfi e altri) che investivano problemi di grande rilevanza sociale inerenti alla sanità pubblica, alle difficili condizioni di vita dei contadini e degli artigiani, per non parlare di quella dei detenuti. Le diagnosi risultarono molto negative e preoccupanti. Soprattutto gli ospedali e le carceri apparvero molto spesso come luoghi del tutto inidonei ad accogliere esseri umani. Gaetano Filangieri parlò, a questo proposito, di “tristi monumenti delle miserie degli uomini, e della crudeltà di coloro, che li governano”; e Giuseppe Maria Galanti di “cloache di una nazione, le quali disonorano e degradano la specie umana”. Negli intellettuali rimase comunque ferma la convinzione che un’accorta e lungimirante politica del governo avrebbe portato qualche rimedio in questi settori. Eppure nei Discorsi Accademici di Domenico Cirillo, significativamente usciti nell’anno della Rivoluzione francese e ripubblicati nel 1799, si avvertiva già nel linguaggio che qualcosa cominciava a mutare. Si notava una radicalità di analisi e di denuncia che non rientrava più nei classici schemi del riformismo di antico regime. Un’attenzione per la sensibilità, l’entusiasmo e le passioni, per concetti come umanitarismo e fratellanza, che attestavano le simpatie di Cirillo per la cultura francese. Se la sua partecipazione alla Repubblica partenopea fu, com’egli stesso scrisse in un’accorata ma dignitosa lettera del 13 luglio 1799 a Lady Hamilton, quasi un obbligo per le pressioni ricevute dai francesi, il suo pensiero era certamente vicino a quella degli altri giacobini, pur non avendo una marcata dimensione politica. Cirillo fu giustiziato il 29 ottobre 1799, insieme con Mario Pagano, che lo aveva definito  “il napoletano Democrito”, con Ignazio Ciaia e con Giorgio Vincenzo Pigliacelli. A nulla era valsa la domanda di grazia alla Hamilton nella quale aveva scritto, fra l’altro, che nella breve vita della Repubblica “le poche leggi votate... furono soltanto quelle che potevano riuscire benefiche per il popolo...”. Se molti scienziati parteciparono alle vicende rivoluzionarie, molti altri ne rimasero fuori. Le scelte, certamente sofferte, in un caso o nell’altro non furono facili. Basti ricordare, a questo proposito, la posizione di Domenico Cotugno, anatomista di fama europea, riformatore della medicina e delle istituzioni mediche, tra i più prestigiosi scienziati italiani dell’epoca. Amico non solo di Cirillo, ma di Delfico, Serio, Caracciolo, si tenne lontano dai moti rivoluzionari. Quando si progettò l’Istituto Nazionale sul modello di quello francese, Cotugno figurò nell’elenco degli uomini di cultura che dovevano farne parte. Chiamato a Palermo per assistere la regina Maria Carolina ammalata, vi si recò senza tentennamenti.
 Per la considerazione di cui godeva presso il sovrano, aiutò quando e come poté i perseguitati dalla reazione borbonica. La posizione di Cotugno è indicativa di una concezione dello scienziato come tecnico puro, non direttamente impegnato nella politica. La sua formazione culturale e le sue scelte esistenziali  non gli avrebbero mai permesso di accettare il cosiddetto ‘giacobinismo medico’, sviluppatosi in quegli anni soprattutto in Italia settentrionale, né tanto meno rivolgimenti sociali e istituzionali di tipo rivoluzionario. Il suo orizzonte politico e intellettuale rimase legato all’insegnamento genovesiano e al riformismo illuminato.
 Al di là delle vicende personali dei singoli scienziati, il giacobinismo contribuì negli anni Novanta  allo sviluppo delle scienze naturali in senso baconiano, accentuandone ulteriormente il carattere antimetafisico e i risvolti applicativi. A Napoli fu, ad esempio, notevole la diffusione del sensismo lockiano, del quale furono sostenitori oltre a Gian Leonardo Marugi, coinvolto nella Rivoluzione, anche Giordano e Lauberg. Dalla presentazione dei Principi analitici delle matematiche (Napoli 1792), volume scritto in collaborazione dai due scienziati, emerge come la loro concezione filosofica e scientifica fosse in sintonia con quella dei giacobini di altre zone della Penisola e d’Europa: “... se la Fisica, se la Metafisica, la Morale, la Politica altro non sono, che l’analisi degli effetti dell’attività della materia, della sensibilità relativamente al bisogno medesimo, come è l’analisi delle quantità; essendo questa una scienza esatta, dovranno altresì tali riguardarsi le prime, quando vogliono considerar senza mistero, e nel giusto loro punto di veduta”. I progetti abbozzati nei pochi mesi della Repubblica partenopea trovarono il loro naturale proseguimento nel decennio francese, quando furono poste le basi delle istituzioni e delle future strutture tecnico-scientifiche del Regno. Furono chiamati a organizzarle e gestirle molti personaggi che avevano partecipato all’esperienza rivoluzionaria di fine secolo, alcuni appartenenti ancora, come si è accennato, alla grande stagione della cultura illuministica.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


 
 
 
 
 
 
 
 


 
 
 
 
 
 
 
 


 

 


Bibliografia

Catapano D. V.,Medicina a Napoli nella prima metà dell’Ottocento. Con la collaborazione di Enzo Esposito, Napoli, Liguori, 1990;
Croce B., La Rivoluzione napoletana del 1799. Biografie, racconti, ricerche. Terza edizione aumentata, Bari, Laterza, 1912;
Croce B.,  La vita di un rivoluzionario: Carlo Lauberg, in “La critica”, XXXII, 1943, fasc. IV, pp. 254-77; fasc. V, pp. 326-57; poi in
Id., Vite di avventure di fede e di passione. Seconda edizione riveduta e accresciuta, Bari, Laterza, 1947, pp. 363-469;
Ferraro G. - Palladino F., Il calcolo sublime di Eulero e Lagrange esposto col metodo sintetico nel progetto di Nicolò Fergola, Napoli, La Città del Sole, 1995;
Galasso G.,La filosofia in soccorso de’ governi. La cultura napoletana del Settecento, Napoli, Guida, 1989;
Rao A. M., L’Istituto Nazionale della Repubblica Napoletana, in “Mélanges de l’Ecole française de Rome. Italie et Méditerranée”, 108, 1996, 2, pp. 765-98.