Dossier: "La crisi dell'Est"

 

Polonia: il Poup "cede il potere" a Solidarnosc

ALTERNANZA DI FORMULE GOVERNATIVE, 
NON ALTERNATIVA DI SISTEMI SOCIALI .

Indice

Davvero interessante!

Ad memoriam

Dietro la "novità sconvolgente" di un regime "comunista" che accetta democraticamente di cedere le redini, del potere governativo, una vecchia questione - teorica e pratica -: qual è la natura economico-sociale di questi regimi? In che relazione stanno le modifiche degli assetti istituzionali (oggi in Polonia, domani...) con la corrispondente base strutturale? Solo rispondendo a queste domande ci si può dar ragione dell'attuale sommovimento politico in Polonia e dei terremoti futuri in tutta l'area dell'Est "comunista".

Il fatto che un partito "comunista" al potere accetti di esserne democraticamente scalzato (anche se con cinquant'anni di ritardo nel "ristabilire" il rispetto della volontà popolare": A. Jacoviello su "La Repubblica" del 18 agosto) è certamente un fatto degno di nota. Anche perché davvero non sembra dover rimanere un caso isolato (in Ungheria i "comunisti" già preannunziano la cessione del monopolio governativo ad un "fronte" di forze "popolari e democratiche" di cui si accontenteranno, se accettati, di far parte; nella stessa URSS, sotto l'etichetta di un solo partito, già di fatto diversi partiti partecipano "in comune" all'esercizio del potere governativo...).

Davvero interessante!

Gli "inediti" sviluppi della situazione in Polonia stanno alimentando ed accelerando la discussione sul "futuro" del POUP. Su cosa pensino i "riformatori" e gli "ultrariformatori" veniamo quotidianamente informati con dovizia. Scarseggiano, invece, le notizie sugli orientamenti, sulle reazioni e sullo stato d'animo di quei settori operai che, nonostante tutto, sono ancora organizzati nel POUP. Su "L'Unità" del 16 settembre troviamo qualcosa di interessante che segnaliamo all'attenzione dei nostri lettori.

Un redattore del giornale s'è preso la briga (lo ringraziamo) di recarsi ad un attivo di operai del POUP tenutosi nel centro siderurgico di Huta Warszawa in occasione di un dibattito con gli esponenti dell'"8 luglio", un gruppo di pressione "intellettuale" interno al partito. Che ne pensate di costoro, chiede il redattore, al segretario del Comitato di partito della "Nowotko"? "Ci interessa la loro critica alla burocrazia, e poi degli intellettuali abbiamo bisogno - gli risponde P. Hoffet. Certo abbiamo molte riserve, perché tra di loro si sente dire che il capitalismo è l'unica via d'uscita. Noi invece (e Hoffet ritiene di esprimere il parere di molti lavoratori, anche di Solidarność) siamo per la liberalizzazione del mercato, ma giudichiamo assurdo che la proprietà privata debba diventare più importante di quella sociale. Siamo contrari alla svendita dell'industria nazionale nelle mani dei capitalisti. E questo vale anche per le scuole e gli ospedali". Ma, allora, rimproverate ai dirigenti del POUP di "collaborare a un ritorno al capitalismo"? "Sì. I vertici hanno ceduto. Noi no, noi siamo per l'autogestione territoriale ed aziendale in versione diversa dal vuoto modello jugoslavo ovviamente. Il sistema staliniano ci ha allontanato dal socialismo, ha prodotto una burocrazia svincolata da ogni controllo che regna per conto proprio. Il POUP oggi fa pensare a una gabbia, e la burocrazia ne è lo scheletro metallico che tiene prigionieri operai e intellettuali. L'idea di creare un nuovo partito è buona, ma presenta una grande difficoltà di manovra. Bisogna stare allenti a non buttare via insieme alla gabbia anche ciò che essa contiene".

Certo, non siamo ancora (e ce ne vuole) al riconoscimento che la "burocrazia" ha regnato non "per conto proprio", ma per conto del "mercato socialista" e del capitalismo tutto; che qualsiasi forma di autogestione, e non soltanto quella iugoslava, è "vuota" di socialismo e piena invece di criteri capitalisti; che la classe operaia e gli "intellettuali" si muovono già da oggi su prospettive di fondo opposte e non solo parzialmente divergenti, e così via, ma solo dei ciechi possono non vedere anche da simili considerazioni che il proletariato in Polonia e nell'Est sta muovendosi nella direzione giusta, non ha "ceduto al capitalismo "come i capi "comunisti" polacchi, ungheresi, russi e via elencando.

I "sentimenti" diffusi tra questi operai, nota "L'Unità", sono la "paura che certi progetti di privatizzazione creino disoccupazione", "il risentimento verso l'apparato burocratico e verso i dirigenti", la "tentazione di dar vita a una nuova organizzazione politica". Z. Szmilgieski, segretario del Comitato di fabbrica di Huta Warszawa: "I lavoratori comunisti sentono il distacco dai dirigenti. Ogni tanto dicono che il POUP non rappresenta più gli interessi operai. Rimproverano ai vertici di occuparsi più dei rapporti con le altre forze politiche che non con i propri militanti. (..) Del resto... anche la base di Solidarność contesta il suo gruppo dirigente, lo accusa di fare troppa politica e curarsi poco del sindacato".
Molto istruttivo! Purché, ovviamente, non lo si intenda in chiave "basista" ed "antipolitica".

Marxisticamente, un'autentica "dittatura del proletariato" esercitata da un autentico partito comunista può anche accettare di firmare dei provvisori compromessi con altre forze politiche (epperciò sociali), ma sulla strada del proprio esclusivo consolidamento, che non può tollerare di restare eternamente in bilico tra capitalismo e socialismo e, meno che mai, di ritornare indietro dal socialismo al capitalismo, fosse pure "riformato" al 101%. È evidente che, a cinquant'anni dall'assunzione da parte del POUP delle redini della cosa pubblica polacca, non si può assolutamente parlare di un qualsivoglia "compromesso" transitorio di questo tipo e, del resto, sono gli stessi esponenti di spicco del POUP a dirlo a chiare lettere: rispetto al passato ("monopartitista") siamo ad un gradino evolutivo superiore, alla realizzazione della "più compiuta democrazia" cui sin dall'inizio, sia pure a tentoni e tra mille errori, noi del POUP guardavamo. Non, dunque, una "dittatura del proletariato" che deve segnare il passo e pagare il dazio, ma un altro modello rispetto ad essa.

Marxisticamente, ancora: un'autentica "dittatura del proletariato" abbandona il campo solo in un caso, quando ne venga violentemente espulsa dalle forze della controrivoluzione. La ragione è semplice: qui non si tratta di una lotta tra vari partiti borghesi nel gioco dell'"alternanza" al vertice della politica per la gestione dei comuni interessi di classe (il che già non esclude passaggi particolarmente bruschi - vedi il passaggio dalla democrazia al fascismo, che pure non è una "rivoluzione"), bensì di un'opera di trasformazione da cima a fondo della struttura economico-sociale. Democrazia o fascismo, la borghesia vive e prospera; col comunismo essa è messa al muro. Mors tua, vita mea. Oggi Polonia 1989 (ma non solo...), vita tua, vita mia, vita di tutti... Nel nome della democrazia si può ben "coesistere" tutti, ed è vero: in quanto tutti borghesi ciò è perfettamente possibile.

Comprendiamo perfettamente come il PCI si rallegri di questa "svolta riformatrice": il POUP finalmente riconosce che anche gli "altri" hanno diritto al potere politico, in compartecipazione od anche in esclusiva, e ciò in nome di una democratica "alternanza"; ma con ciò riconosce che la base, l'osso della contesa, è lo stesso per tutti: il "moderno sviluppo" dell'economia e della società polacca secondo le buone regole del capitalismo. Ad Est, afferma perentoriamente il PCI, è entrato in crisi un intero sistema, in quanto riferentesi (e lasciamo noi qui di ripetere come) al "socialismo". Esso può "riformarsi" solo rigettando sino in fondo quel sistema (e non solo determinate sue forme di "applicazione") e riconoscendosi nel nostro sistema. Merci, mercato, profitti nel ciclo produttivo e, di logica conseguenza, mercato politico. Dopo aver riconosciuto nei fatti il primo corno della questione, il POUP ha "finalmente" riconosciuto anche il secondo, e così la "discrasia" tra "società civile" e "società politica" è armonicamente ricomposta. Chiarissimo.

Qualche problema in più dovrebbe presentarsi per chi ha sin qui sostenuto che in Polonia sussistesse una qualche forma di post-capitalismo da preservare contro i soprassalti della controrivoluzione, come nel caso, per diverse vie, dei trotzkisti o degli emme-elle. Dove e come si è mai verificata in Polonia una controrivoluzione violenta (od un più modesto "colpo di stato")? Inutile scambiare la conclusione di un processo di "riforma" (sia pure segnato traumaticamente da conflitti) con un ribaltamento di presunte e irrinunciabili "conquiste rivoluzionarie" iniziali. Ma non è il caso di soffermarsi troppo su gente di questo calibro, anche perché essa non entrerà mai in crisi: gli uni si appresteranno, magari, a delegare le sorti dello "stato operaio degenerato" alle "sinistre" di "Solidarność" o al "movimento", gli altri si accontenteranno di aspettare che torni un Baffone... Punto e accapo.

Un "post-capitalismo" che non c'è mai stato

Noi diamo atto al PCI di descrivere (da un punto di vista borghese) correttamente le "leggi dello sviluppo" (economico-sociale e politico) polacco rispetto agli altri succitati messeri.

In Polonia non s'è mai data nessunissima forma di "post-capitalismo" (formula ambigua usata dai "rivoluzionari" a un tanto per cento per eludere i principi marxisti relativi al trapasso dal sistema capitalista a quello socialista). Un rapido sguardo al passato lo conferma plasticamente.

La Polonia post-bellica ha preso forma all'interno della spartizione di Jalta, senza che si possa parlare né di una rivoluzione proletaria in loco né di una pura e semplice esportazione forzata verso di essa del "modello sovietico". L'Inghilterra aveva inelegantemente scaricato d'un botto le forze polacche ad essa fedeli (le vecchie classi e i vecchi partiti reazionari in attesa di esser rimessi sul trono dall'Impero a guerra conclusa quali garanti di una sudditanza senza limiti del paese al capitalismo occidentale e di una ringhiosa guardia al confine sovietico). Il campo era libero in Polonia per le forze ("progressiste" e... meno - come nel caso del partito contadino, in buona parte su posizioni a dir poco "conservatrici") che, dopo essersi battute contro l'invasione nazista, si apprestavano a rilevare il potere nel quadro dei nuovi assetti internazionali, graditi o sgraditi che fossero, che assegnavano, il paese alla sfera d'influenza sovietica.

Giova ricordare che il POUP, sin dal momento in cui nasce con questo nome nel dopoguerra, non è un "puro" partito "comunista", ma il frutto di un'unificazione con l'ala di sinistra del vecchio partito socialista, che, nel matrimonio, porta in dote fior di economisti e di intellighentzija in genere e una consistente base di classe operaia sindacalizzata. Allo stesso modo, il "governo socialista" che viene ad instaurarsi è il risultato di un "fronte" ulteriore, tra POUP ed altri partiti (grosso modo quelli stessi sopravvissuti sin qui ed oggi ritrovatisi in buona salute rispetto al vecchio padre-padrone). Un quadro politico-istituzionale, dunque, abbastanza anomalo, almeno per chi abbia in mente quello marxista, o bolscevico, classico. Un partito "comunista" a metà, un governo di "fronte" e... nessuna rivoluzione proletaria alle spalle (il che, beninteso, non significa che la classe operaia polacca non abbia avuto parte negli avvenimenti).

A partire da queste basi cominciava l'"edificazione socialista della Polonia". Un "socialismo" del tutto particolare, che cominciava nel settore agrario col lasciare inalterati i rapporti precedenti, basati sulla piccola e media proprietà privata della terra e del prodotto da far valere sul libero mercato, limitandosi all'abolizione (e neppure sino in fondo) delle vetuste strutture latifondistiche.

In campo industriale si procedeva alla nazionalizzazione, ma questo era semplicemente un passo obbligato, data l'espulsione della borghesia tedesca degli ex-territori del Reich ora annessi alla Polonia e la fuga della maggior parte della vecchia borghesia polacca compromessa con l'ex-occupante e particolarmente invisa alla classe operaia. La proprietà statale dell'industria, d'altra parte, non escludeva costituzionalmente altre forme di proprietà e dichiarava ostentatamente di volersi muovere sulla trama del mercato, "oggi come ieri", limitandosi a chiamare gli operai a "compartecipare" agli utili e soprattutto... agli sforzi della ricostruzione.

A ciò si aggiungano i singolari privilegi di cui ha continuato sempre a godere la Chiesa cattolica che il "governo socialista" non ha mai osato attaccare frontalmente neppure sul piano di una cavouriana netta separazione tra Chiesa e Stato (che ne dite di un potere "operaio" che si fa instancabile costruttore di chiese ed elargitore incessante di fondi per la propaganda "spirituale" del clero?).

È vero che negli anni della guerra fredda, e sino alla destalinizzazione kruscioviana, questa "via nazionale al socialismo" è stata coartata da Stalin, in ragione più della necessità di rispondere con mezzi, all'occorrenza, poliziesco-militari, all'accerchiamento da Occidente che di un vero e proprio "modello" economico-sociale da generalizzare. Ne derivò un giro di vite, con l'avvio di una cosiddetta "collettivizzazione agraria" di breve respiro (e sempre attuata dai polacchi in modo molto "compromissorio"), un più stretto controllo da parte statale su tutti i comparti dell'economia, la riduzione degli spazi di attività privata in ogni campo e - non dimentichiamo ! - l'imposizione della museruola a tutti i diritti economici e politici che il proletariato si era conquistati. Il POUP veniva così ad assomigliare esternamente al "modello" sovietico, in veste di suo subordinato; il governo frontista diventava, di fatto, transitoriamente, un governo nelle mani esclusive della sola frazione stalinista del POUP. A farne personalmente le spese fu Gomulka, all'indomani dello scisma di Tito (cui i "comunisti" polacchi guardavano con simpatia, sia per l'affermazione recisa di "indipendenza nazionale" sia per il tipo di rapporti partito-masse postulato dal titoismo, "democratico-popolare" in senso proprio).

Si tratta, comunque, di un periodo tutto sommato assai breve. Nel '56 Gomulka ritorna di prepotenza alla guida del paese, sorretto da un entusiastico appoggio popolare, e proletario innanzitutto (sentendosi quest'ultimo tuttora e più che mai "comunista alla polacca", con un misto - storicamente del tutto comprensibile - di nazionalismo e di classismo). Il "ritorno alle origini" diventava possibile nel '56 grazie alla fine della fase di "guerra fredda" e l'avvio di quella "coesistenzialistica" (che segnava la ripresa della marcia verso Est del capitale occidentale nelle mutate condizioni di "pace") e grazie alla spinta sul coperchio del pentolone politico dalla base sociale del paese, che non si era mai adattata al "modello staliniano", per sua natura transitorio e fragile alla distanza.

Seconda "ricostruzione". Ma qui cominciano i guai. La prima era stata un successo: alti indici di incremento produttivo, tangibili aumentati salari per gli operai. Si trattava, però, dì una congiuntura irripetibile. Non si trattava ora più di ripartire da zero, dalle macerie della guerra, ma di rendere competitiva la struttura economica polacca. A ciò si frapponevano due grosse difficoltà: l'impossibilità perdurante di comunicare col mercato d'Occidente e l'asfissia del mercato dell'Est, cui la Polonia restava ancora forzosamente legata. A ciò si aggiungano i guasti provocati dagli anni di "stalinizzazione" del paese, che avevano chiuso e depresso le capacità competitive dell'economia polacca nelle gabbie di una centralizzazione burocratica del tutto incapace di promuovere sia un vero sviluppo che una vera centralizzazione.

Dal distacco tra proletariato e POUP all'inizio di una lotta politica indipendente del proletariato

Gomulka poté godere pochissimo dell'iniziale, entusiastico sostegno operaio. Nessuna delle promesse gomulkiane, di sviluppo dell'economia e, contemporaneamente, di sviluppo di un "potere operaio" su di essa e sulla società, poteva essere mantenuta, nelle condizioni date, e non solo o principalmente per l'"inettitudine soggettiva" di Gomulka e dei suoi.

Cominciava così a crearsi un fossato tra proletariato e POUP, sempre più avvertito come partito-stato estraneo agli interessi di classe. Nella rivolta del '70 tutto questo appare nettissimo, anche se gli operai in rivolta concedono a Gierek un supplemento d'attesa condizionato (e non più sostegni entusiastici, e neppure deleghe in bianco). Da allora in poi il proletariato ha imparato progressivamente ad organizzarsi per sé, in maniera indipendente, approfondendo il solco di divisione tra sé e il regime. L'apparizione di "Solidarność", dopo lunga incubazione, sta su questa strada. Nelle lotte dell'80 appare evidente che i proletari polacchi si danno un'espressione di difesa economica (la più alta, rispetto ai presupposti esistenti) e tendono a darsi parimenti un'espressione di rappresentanza politica. "Solidarność" sembra unire e rappresentare, provvisoriamente, entrambe le esigenze, nonostante tutte le sue contraddizioni originarie, che ne determineranno in un non lontano domani l'esplosione.

Ad memoriam

Quando "maggioranza" ed "opposizione" hanno in comune uno stesso programma (antiproletario)

Nel n.12 del nostro giornale (gennaio febbraio '88) mettevano in rilievo la "singolare" coincidenza di programmi tra "maggioranza" e "minoranza" (istituzionalmente parlando) polacche, prendendo ad esempio questa singolare "suonata a quattro mani" del duo Walesa-Rakowski:

Walesa: 'Noi volevamo allora - e adesso ancora di più - che col referendum si soddisfino tre esigenze: 1) pluralismo economico, cercando di trapiantare in Polonia modelli economici (indovinate quali!, n.) collaudati altrove. 2) Mercato, come elemento determinante del sistema di lavoro e quindi del benessere economico. 3) Garanzie per gli interessi dei gruppi (arriindovinate di che si tratta!, n.) che si formeranno in base al nuovo modello economico".

Rakowski: "… Riusciremo a cambiare il sistema se innescheremo una rivoluzione nel modo di pensare di governanti e governati, se tutti i polacchi si convinceranno che una società moderna non può fare a meno del superlavoro dello stress, della concorrenza. Che, insomma, un sistema che dà poco ma chiede poco, e offre tante sicurezze assistenziali, è ormai inadeguato".

Avevamo già steso l'articolo sulla Polonia quando ci siamo imbattuti in una istruttiva intervista al nuovo Ministro del Lavoro, l'ex-"marxista" Kuron. I ruoli di maggioranza ed opposizione, nel frattempo, si sono invertiti, ma, non è mutata la solidarietà di programmi, come e più di allora, parimenti e concordemente antiproletari.

Dice Kuron ("La Repubblica", 13 settembre): "La priorità sarà restaurare subito le leggi del mercato, la verità dei prezzi, la libera impresa. Quindi ci saranno bancarotte, e posti di lavoro in meno... Il diritto di proprietà è alla base di ogni libertà (ivi compresa la libertà di restare senza lavoro, n.)... Temo certo una stagione di scioperi (ma) confido nella capacità di mobilitazione sociale (di chi?, degli aspiranti "stressati" o disoccupati?, n.) a fianco del governo" etc. etc.

E, infine, una magnifica conferma della nostra analisi sul perché degli scarsi traumi provocati in parte del POUP dalla prospettiva del passaggio all'"opposizione"... cooptata nel governo di "solidarnosc nazionale":

"... Nel POUP abbiamo anche di fronte una giovane classe di tecnocrati liberali ed efficientissimi. Sono loro i più ferventi sostenitori del capitalismo in Polonia e costituiscono un alleato, non un ostacolo né una minaccia".

I nostri passaporti testimoniano che non abbiamo avuto alcun bisogno di recarci in Polonia per scoprire questa "inedita" verità. La "religione" dei Glemp, dei capoccia di "Solidarnosc" e del POUP è una sola: il vecchio "vitello d'oro" del capitalismo. Ma... "temo una stagione di scioperi", e forse anche di peggio, perché i proletari (tanto di "Solidarnosc" che del POUP, o fuori da queste due congreghe) sanno che da quel vitello non potranno spremere altro che cornate sulla propria pelle.

Un ultimo passaggio dall'intervista a Kuron, vale davvero un perù.

"Penso a diverse forme di proprietà privata polacche e anche a investimenti stranieri... Certo ci sarà chi ci accusa di voler ridurre la Polonia ad uno Stato colonizzato. Ma guardiamo all'America., lì il capitale straniero corre a fiumi. Forse per questo gli USA sono una Polonia?"

No davvero, eminentissimo cretino. C'è una differenza nel corso del sangue a seconda che lo si succhi o lo si faccia succhiare e tu, caro ministro dello sfruttamento del lavoro altrui, non potrai che fare trasfusioni a favore dei "bisognosi" capitali d'Occidente. In ottima compagnia con la "giovane classe di tecnocrati liberali ed efficientissimi" cui sopra.

Vi seppelliremo entrambi.

Dopo un intervallo di "legge marziale" e di "messa al bando" (in realtà assai blanda) di "Solidarność", quest'ultima ritorna prima alla legalità e poi arriva alla vittoria elettorale e successivamente al governo. Ad allentare i freni è lo stesso POUP, lo stesso governo "comunista". Come mai? Ovvero: come mai i "burocrati" del regime non si sono ribellati in massa di fronte alla minaccia di venire esautorati? Per una ragione assai semplice. I quadri del regime non sono esclusivamente dei "culi di piombo" incollati alla sedia del potere "per il potere", ma dei tecnici, dei manager, degli imprenditori e dei finanzieri (ancorché simulati) che hanno un rapporto vivo con l'economia polacca ed il suo svolgersi sulla trama borghese del mercato, interno e - sempre più - internazionale.

Questo personale (il che vale ormai dappertutto ad Est) è costretto a fare i conti con le leggi dell'economia capitalistica odierna da cui dipendono (dal momento che da sempre i partiti "comunisti" staliniani hanno cessato di dipendere dagli imperativi della rivoluzione proletaria internazionale) e gli stessi strati della "burocrazia parassitaria", che qualcuno vorrebbe chiusi nell'"autonomia del politico", sentono in buona parte che si può godere di una "rendita di posizione politica", solo se c'è qualcosa di grosso su cui succhiare.

La decisiva apertura ai capitali occidentali è venuta in passato proprio da parte del regime "comunista", una volta cadute le "cortine di ferro" (o rimasta solo quella verso un Est incapace di integrare l'economia polacca in una propria competitiva "area di sviluppo"). Lo stesso è accaduto prima in Ungheria e Jugoslavia e accade oggi dappertutto.

Possibile che questi "aperturisti" non sapessero o non volessero le conseguenze che ne sarebbero derivate, tanto in campo economico che in campo sociale e politico? Il quesito è irrilevante. L'essenziale è che l'aria entra liberamente attraverso le porte spalancate. E l'aria d'Occidente è quella che oggi si respira a pieni polmoni ad Est, nel sociale e su su, sino in cima al vertice della sovrastruttura politica, ad onta di tutte le maschere d'ossigeno "socialista" che, qua e là, si possano adottare sui brevi tempi.

Una consistente fetta dell'"apparato del regime" polacco s'inebria oggi della stessa aria degli altri concorrenti alla gestione politica del potere, nella stessa misura in cui per essa diventa via via irrespirabile l'aria della rappresentanza degli interessi di classe del proletariato.

Non dovrebbe esser passata inosservata una recente intervista a Millar, uno dei capi del POUP "riformato". Alla domanda su quale sia oggi la posizione del POUP rispetto alle socialdemocrazie europee, il nostro risponde che quell'esperienza è sì fonte di ispirazione (così come il bolscevismo lo è di controispirazione), ma che in Polonia il POUP non può, disgraziatamente!, metterla in atto, almeno per ora. E sapete perché? Perché le socialdemocrazie europee lavorano a "riformare" il proprio, florido capitalismo, mentre qui da noi, in Polonia, "si tratta di ricostituire il capitalismo". Il "riformismo" verrà dopo, se verrà prima l'agognato bene capitalista. Qual è la distanza dalle posizioni dei vertici di "Solidarność"? La gara è ad essere ognuno più realisti del re.

Con le lotte dall'80 in poi i proletari polacchi hanno reagito ai pesi fatti ricadere dal sistema sulle loro spalle. Sul piano politico immediato questa lotta è stata capitalizzata da forze non meno antiproletarie del POUP. La direzione di marcia dei Walesa-Glemp è stata quella di convogliare gli operai nella rivendicazione... millariana di far rifiorire il capitalismo in Polonia, promettendo ad essi congrue ricompense a risultato raggiunto. Ciò non toglie, però, che, per condurre in porto quest'operazione di aggiornamento del sistema, i vertici di "Solidarność" hanno dovuto far leva sullo sviluppo di un'organizzazione operaia indipendente, sulla mobilitazione permanente della classe per i propri interessi immediati, sullo sviluppo di una dialettica politica che ridava "libera" voce alla classe. Questo dato non andrà perso. L'ascesa di "Solidarność" agli scranni governativi avvicina l'ora della verità, ovvero l'ora della scissione tra l'"anima sociale" del movimento di classe e la sua provvisoria "falsa coscienza", e con ciò l'acquisizione di una propria "anima politica" in antitesi anche a "Solidarność".

Scenari futuri già scritti...

In questo ben preciso senso salutiamo con soddisfazione l'attuale cambio della guardia al governo. Sappiamo che il proletariato non cederà la rivendicazione dei propri interessi di classe, ch'esso ha imparato in tutti questi anni a "governare", per permettere a "Solidarność" ch'essa continui sostanzialmente la politica antioperaia del regime precedente, per di più in aperto connubio con esso, né s'intravede come il nuovissimo, democraticissimo, benedettissimo potere potrà portare la Polonia fuori dalla melma in cui sta attualmente affondando.

Walesa è stato chiarissimo: non me la sento di fare il capo di governo, devo restare "vicino alla classe" perché solo così avrò (forse) la possibilità di imporre ad essa una "cosciente autolimitazione" nelle proprie richieste (valide ieri rispetto al governo "comunista", "irragionevoli" e "distruttive" oggi che abbiamo "conquistato la democrazia"). É possibile che la "coscienza" accetti per un po' questo ricatto, finalizzandosi al "poi", ma la pancia vuota brontola ogni giorno e non accetta eccessivi rinvii all'ora del pasto, ed inoltre gli anni di lotta come classe hanno creato un'altra coscienza, che non si lascerà facilmente sopraffare da specchietti ideologici per le allodole privi di sostanza.

Un'avvisaglia di ciò si era avuta durante le ultime elezioni. Una buona fetta dell'elettorato si è astenuta, dimostrando – è ancora Walesa a parlare - di non aver fiducia né nel POUP né negli accordi POUP-"Solidarność", e neppure, in ultima istanza, in "Solidarność". Dopo il varo del nuovo governo, più d'un operaio intervistato ha detto icasticamente: "Non importa chi ci governa, l'importante è che ci sia il pane". E se la "democrazia" non darà pane? Nella Danzica del '70 un operaio ammonì Gierek: "L'operaio polacco quando è affamato diventa cattivo". Ne prendano ben nota i neo-ministri...

Walesa poteva sognare che, una volta battuto il POUP, l'Occidente avrebbe allargato gratuitamente i cordoni della borsa quale dovuta ricompensa per aver dato un colpo di piccone al "comunismo". Ma il capitalismo occidentale non ha avuto bisogno dei Walesa per avanzare ad Est. Come s'è detto, è stato proprio il POUP ad aver consegnato l'economia polacca all'Occidente attraverso la politica dei prestiti e dell'"integrazione" e la Polonia d'oggi sotto nessun aspetto rappresenta un avamposto dell'Occidente verso l'Est ulteriore: l'Occidente ha già scavalcato le frontiere polacche procedendo in direzione dell'URSS, anche qui senza bisogno di particolari Walesa sovietici, avendo proprio il PCUS di Gorbacev spalancato le porte.

I cordoni della borsa occidentale si apriranno solo per... incassare. Le "scatole di conserva" degli Shylock del FMI possono sì affluire a Varsavia a calmare la fame (e la conseguente cattiveria) del proletariato polacco, ma a patto di ipotecare la stessa "indipendenza" dell'economia del paese. La lettera d'intenti del FMI per la rinegoziazione dei prestiti alla Polonia sarà una buona occasione di verifica di questo elementarissimo dato di fatto.

Oggi Walesa e Glemp protestano per la "miope" tirchieria occidentale. Che credevano, che il capitalismo imperialista fosse un'associazione benefica ad uso di Premi Nobel e Madonne Nere? E che diranno e faranno quando il cappio imperialista si rivelerà esser qualcosa di più... solido di quello del preteso ex-"oppressore" sovietico? Diventeranno "anti-imperialisti"? O non piuttosto predicheranno "coscienti sacrifici" per salvare la "patria polacca" (senza, beninteso, poterla sottrarre alle maglie dello "sviluppo combinato e diseguale", in cui essa è definitivamente entrata)? Staremo a vedere, ma è certo che quest'ennesima truffa ha le gambe costituzionalmente corte.

Noi siamo certissimi che le contraddizioni stesse del sistema (parliamo qui di Polonia e dell'insieme dei rapporti imperialistici) obbligheranno il bulldozer proletario polacco, che dal '56 almeno non è mai stato fermo né mai è arretrato, ad accelerare il proprio cammino, stritolando sul suo cammino, stavolta, anche i crocefissi della Fede e della Democrazia. La stessa "Solidarność" arriva all'appuntamento attuale in condizioni di maggior divaricazione, oggettiva e soggettiva, tra le proprie "anime" e secernendo forze di opposizione al proprio margine o addirittura al di fuori del proprio ambito, pur se il "simbolo" tiene ancora.

"Ristrutturare" la Polonia secondo le direttive del FMI e quelle non scritte del meccanismo capitalista significa aggredire la forza numerica del proletariato, le sue condizioni di vita, i diritti che esso si è sin qui conquistati nella lotta "contro il comunismo". Rispondere agli effetti di questa "ristrutturazione" significa per il proletariato riacquisire una coscienza ed un'organizzazione di guerra di classe PER IL COMUNISMO.

Strada lunga e lontana... Non ce lo siamo mai nascosti. Mancano sin qui le condizioni stesse perché risulti immediatamente presente l'elemento indispensabile a catalizzare e far trascrescere le spinte di una lotta di classe sempre e comunque di per sé non sufficiente a compiere il "salto" necessario. Quello che possiamo vedere è che le condizioni in oggetto stanno via via maturando nelle cose ed anche (senza alcun meccanicismo) sul piano della "soggettività" possibile.

Come si darà il prossimo atto per il proletariato polacco? Si darà per esso la necessità di rispondere ai colpi di un capitalismo "finalmente libero" dai vincoli burocratici e non certo per questo più docile, e sarà percepibile il nesso tra "proprio" capitalismo e intreccio imperialista; questo vorrà dire, altresì, scomposizione dei "fronti" politici interclassisti, al loro interno e trasversalmente ad essi.

I borghesi puri, tanto di "Solidarność" che del POUP, saranno chiamati a fare la loro parte sino in fondo e, per quanto istruiti dall'Occidente in demagogia "operaista" di parata, non potranno avvalersi dei copioni metropolitani, per la semplice ragione che manca e sempre più mancherà ad essi l'ammortizzatore materiale delle riserve e delle briciole attorno cui concretamente giostrare la propria demagogia: la politica socialdemocratica è un lusso che la borghesia polacca non potrà permettersi.

Non ci stupiremo se, in una corsa frenetica all'ultima spiaggia di salvezza per scongiurare lo spettro del comunismo, settori - anche qui - tanto di "Solidarność" che del POUP si metteranno concretamente "dalla parte degli operai" senza, e per non, mettersi dalla parte del comunismo. Anche in questo caso, però, non si darà una pura e semplice riedizione di passate formule politiche in veste "più radicale", ma si tratterà della messa in moto, sia pur contraddittoria, di un superamento di esse sulla strada della costituzione del proletariato in partito politico. Agli spostamenti ed alle spaccature nell'ambito delle vecchie formazioni è destinato ad accompagnarsi un attivismo della base, e in particolare della base proletaria più giovane, meno tradizionalista (oggi, 1989, i nuovi proletari già non capiscono più, in molti casi, i loro... "nonni" del1'80!). La strada verso l'emancipazione di classe è stata segnata, alla superficie ideologica e nei programmi politici, dalla lotta per sé contro la "dittatura marxista" (!) in nome della democrazia; questa democrazia tanto agognata si afferma ora visibilmente asfittica e inconcludente, salvo che in una cosa: nell'aggredire ancora e sempre le postazioni del proletariato; la futura lotta per sé del proletariato polacco, nell'ambito di un sistema imperialista che sta abbattendo tutte le residue cortine esistenti riunificando possentemente il campo dell'antagonismo capitale-lavoro salariato internazionale, saprà ridarsi come coscienza, programma, organizzazione la lotta per la propria dittatura.

Strada lunga e lontana, ma sicura, senza che occorra a noi toccare subito con mano il traguardo d'arrivo.