PALESTINA

LA GUERRA PERMANENTE DI ISRAELE
E LA FUNZIONE SMOBILITANTE DEL "PACIFISMO"

 


Il terzo anno dell'Intifada palestinese è cominciato con uno sciopero generale nei territori occupati, proclamato "contro la politica filo israeliana degli USA" dal Comando unitario della rivolta. Anche questa volta la risposta della popolazione è stata totale, a dimostrazione che né la politica israeliana del pugno di ferro, né la diplomazia stabilizzatrice dei paesi imperialisti sono riuscite sinora a dividere le masse e a sfiancare la rivolta. In questo terzo anno, tuttavia, la sollevazione è entrata in una fase cruciale: Israele, USA e Occidente sono allarmati da questa sorprendente capacità di resistenza e stanno potenziando gli sforzi per mettere fine ad un conflitto che minaccia di far esplodere il Medio Oriente.

Più repressione, nuova colonizzazione

La repressione israeliana, durissima fin dall'inizio dell'Intifada, ha compiuto negli ultimi tempi un salto di qualità, mostrando inequivocabilmente l'intenzione di portare a fondo l'attacco alle masse palestinesi fino all'arresto della rivolta. Di fronte alla irriducibilità della popolazione, Israele ha riorganizzato l'esercito -uno dei più moderni del mondo e dei più dotati di armi sofisticate- per elevare la qualità e l'incisività delle operazioni militari, preservandolo, al tempo stesso, dagli effetti del contatto con la lotta di liberazione: ha professionalizzato i quadri e sostituito con unità regolari i soldati di leva e i riservisti, tra i quali si sono avuti casi significativi di "obiezione" e di rifiuto a prestare servizio a Gaza e in Cisgiordania; ha creato corpi speciali addestrati alla caccia al palestinese e da impiegare nelle operazioni di "ordine pubblico", e cioè contro le manifestazioni; sta organizzando i coloni ebrei nei "territori" come gruppi armati ausiliari e allo stesso modo sta tentando di inquadrare i collaborazionisti arabi, secondo quanto già sperimentato in Libano.

Grazie a ciò, il ritmo delle uccisioni, delle distruzioni di case e di raccolti, dei rastrellamenti è aumentato. Secondo Al Haq (organizzazione umanitaria di Ramallah), i morti per mano dei soldati e dei coloni sono ormai 800 e i feriti 45.000. Sempre più prontamente Israele attacca gli alleati dei palestinesi ovunque siano, vedi le ultime incursioni in Libano contro basi di Hezbollah e le stazioni radio dell'OLP.

Si è accelerato, infine, il movimento migratorio della popolazione ebraica, secondo le modalità che hanno sempre ispirato il suo espansionismo: distruggere le fonti di sussistenza della popolazione dominata, occupare fisicamente il suo spazio e schiacciarne militarmente la protesta. L'accordo con l'URSS per trasferire direttamente in Israele 750.000 ebrei russi (in tre-cinque anni), da insediare come coloni nei territori occupati -e in parte all'interno per colmare i vuoti di manodopera lasciati dall'Intifada- è il colpo più grosso messo a segno da Israele per accelerare l'espulsione dei palestinesi da Gaza e dalla Cisgiordania ed inserire nuove forze borghesi nel cuore della resistenza proletaria. Un'ondata emigratoria dall'impatto enorme, destinata a stravolgere l'assetto demografico della regione.

Ha dichiarato Shamir: "In cinque anni il nostro paese sarà irriconoscibile, gli arabi intorno a noi vivono nel panico, nella sensazione della sconfitta, perché hanno capito che l'Intifada non è servita a nulla e che non possono fermare il popolo ebraico che ritorna sulla sua terra" ("L'Unità", 16 gennaio '90).

Non poteva esserci dimostrazione più efficace del significato che ha la marcia di avvicinamento dell'URSS di Gorbacev ad Israele, nel quadro dei nuovi rapporti con l'Occidente. Da tempo l'URSS consentiva piccoli travasi demografici verso lo stato ebraico. Questa improvvisa e più "generosa" apertura di frontiere -tutta nello spirito di Malta- in un momento decisivo per le sorti della causa palestinese, rivela agli sfruttati di tutto il mondo come per l'URSS della perestrojka le ragioni del mercato passano avanti a quelle del riscatto dei popoli oppressi (proteste tardive e poco credibili a parte), arrivando fino alla complicità con gli aguzzini.

Il progetto del "Grande Israele" ed il crescendo di persecuzioni anti-palestinesi procedono con l'approvazione tacita degli USA e dei paesi europei i quali, per parte loro, stanno intensificando il sostegno allo stato sionista per bloccare in tempo il processo rivoluzionario innescato dall'Intifada nella regione. Già altre volte abbiamo denunciato come stia aumentando il carico di miseria e di sfruttamento che il capitalismo metropolitano rovescia in Medio Oriente attraverso rapporti di scambio strangolatori per l'economia di quei paesi facendo pagare i costi più pesanti della crisi capitalistica ai lavoratori e alle masse arabe diseredate.

Di fronte ai primi segni di altre Intifade contro locali governi borghesi del tutto incapaci di contrastare la dipendenza dall'imperialismo, in un momento in cui l'economia e il potere israeliano sono messi alla prova dalle gravi conseguenze economiche della guerra anti-palestinese e dai primi segni di dissenso interno, nuovi prestiti internazionali sono stati concessi a Israele, con una copertura di garanzia USA estesa al 90%; la Cee ha siglato accordi di scambio commerciale con il paese, maldestramente giustificati con l'apertura ai prodotti palestinesi di Gaza e della Cisgiordania (una parte dell'accordo, questa, che non ha trovato che modestissima applicazione); gli USA hanno rinnovato gli accordi di aiuto militare e, quanto ai paesi europei esportatori di armi in Israele (tra cui, come si sa l'Italia), la RFT ha fornito recentemente sottomarini... in violazione delle stesse leggi tedesche.

La diplomazia

Anche i nuovi regimi dell'Est rappresentano un nuovo potente fattore di ossigeno per il governo ebraico. Dell'URSS abbiamo detto. Dopo l'Ungheria, anche la Jugoslavia, la Polonia, la Cecoslovacchia e la RDT si stanno affrettando a ristabilire quelle relazioni diplomatiche che nel 1967 il blocco di Varsavia (esclusa la Romania) aveva rotto con lo stato sionista. Una fretta dietro la quale si intravvedono le pressioni degli USA, che hanno posto il riconoscimento di Israele tra le condizioni per crediti più cospicui. Oltre a questa inattesa e plurima legittimazione internazionale e all'apertura conseguente di rapporti economici con questi paesi, Israele approfitta anche della loro crisi interna subentrando nei loro spazi di mercato in Africa e Medio Oriente (soprattutto, al momento, in sostituzione della RDT).

Tutto ciò non può che rafforzare il rifiuto del governo likudiano-laburista a trattare con i palestinesi e con l'OLP sulla questione della formazione dello Stato palestinese. L'intensa attività di "mediazione" diplomatica, condotta da USA e CEE, con l'avallo e la partecipazione degli stati arabi moderati, non è che una pura copertura al sostegno materiale che lo stato ebraico riceve dall'imperialismo ed una manovra per indurre le masse palestinesi a contenere gli obiettivi della propria sollevazione. I diversi piani finora prospettati non tengono in nessun conto le legittime aspirazioni nazionali del popolo palestinese. Se pure dovesse prendere piede un processo "di pace" nella regione, sotto gli auspici del capitale occidentale, si tratterebbe di una trattativa-farsa in cui i cedimenti dovrebbero avvenire da una parte sola. "L'amministrazione americana preme su di noi perché accettiamo le posizioni di Shamir", confessa K. Kaddumi.

La via diplomatica ha potuto marciare sinora, infatti, e a senso unico, soltanto grazie al progressivo arretramento delle posizioni dell'OLP. Accettando i diktat dell'imperialismo e temendo a sua volta il crescere delle istanze proletarie, la direzione dell'OLP ha staccato i contenuti della lotta di liberazione nazionale da ogni aspetto di liberazione sociale, rinchiudendo -sotto questo solo aspetto- la questione palestinese entro confini nazionali, ha rinunciato alle passate istanze di rivoluzione generale araba anti-imperialista e, infine, ha operato l'ennesimo cedimento, la disponibilità a riconoscere lo stato sionista. Una gestione che provoca ormai malcontento e crescenti critiche da parte dei comitati popolari dell'Intifada.

Nonostante tutto, invece, nessuna fessura si apre nel muro dell'intransigenza israeliana. In riferimento al caso Weizmann, Shamir ha dichiarato che la sua rimozione dal governo "significa aver chiarito al mondo intero che Israele non negozierà mai con l'OLP" (espressione il cui esatto significato è: non negozierà mai sulla costituzione di uno Stato palestinese). Non è difficile capire, così stando le cose, che la strategia di Arafat e di al Fatah è, per loro esplicita ammissione, ad un punto talmente morto da indurre Arafat a minacciare ripetutamente le proprie dimissioni.

Il pacifismo

Di fronte a questo affilar di armi sul piano militare, economico e politico, sempre più irrealistica e pericolosa per le masse palestinesi è la posizione dei riformisti di casa nostra, di "Time for Peace" e delle organizzazioni del movimento pacifista. "Due popoli, due stati" è uno slogan più che ambiguo, sbilanciato verso Israele: infatti, legittimare l'esistenza di Israele senza entrare nel merito del ruolo che questo stato ha svolto nella regione, in proprio ed al servizio dell'Occidente, significa rendersi complici -che lo si voglia o meno- di "soluzioni" future del problema palestinese che non hanno nulla a che vedere con la piena espressione dei "diritti nazionali" di questo popolo e con la sua autodeterminazione, per non parlare poi della liberazione sociale degli sfruttati.

È semplicemente impensabile che il ruolo di sfruttamento e di oppressione di Israele possa finire senza la distruzione dello Stato israeliano e senza che siano spezzati i rapporti imperialisti che lo sorreggono. In realtà nessuna entità politica palestinese può sorgere accanto all'attuale stato ebraico, sostenuto da tutta la banda del brigantaggio capitalista internazionale, a meno che -se proprio questo diventa il male minore- non si tratti di uno staterello fantoccio del tutto dipendente dalla stessa Israele e dall'Occidente.

È opportuno, comunque, distinguere tre componenti dello schieramento riformista impegnato sulla questione. L'esistenza di una componente pacifista israeliana, che si pronuncia per la fine della repressione militare -esponendosi ai colpi di questa repressione- favorisce in certa misura la causa palestinese perché indebolisce le radici sociali del governo Shamir, per lo meno fino a quando non scenda in campo una parte del proletariato ebreo al fianco di quello arabo per i comuni interessi di classe. Nata dall'effetto di rimbalzo dell'Intifada dentro Israele, questa tendenza comincia ad incrinare vistosamente il consenso politico interno alla politica repressiva, sebbene -come la violentissima polemica contro Dacia Valent prova- senza allontanarsi di un palmo da una collocazione da "sionismo democratico".

Il pacifismo palestinese degli Husseini e degli Hanna Seniora, pur pagando anch'esso di persona, blocca nei fatti il processo di crescita di organizzazione e di coscienza dal basso che si sta realizzando nei comitati dell'Intifada e che sta mettendo allo scoperto il vero contenuto dello scontro in atto: questione nazionale sì, ma che può essere risolta solo con la contrapposizione rivoluzionaria del proletariato arabo all'Occidente imperialista. Il diffondersi dei rapporti di produzione moderni in Medio Oriente, cui l'esistenza stessa di Israele ha contribuito, ha fornito una base proletaria alla lotta di liberazione anti-imperialista. Questo tipo di pacifismo rappresenta il riformismo arabo borghese, anti-imperialista ma insieme interessato a non far emergere chiare istanze di classe nello scontro in atto e disposto, perciò, ad accontentarsi di un'espressione limitata dei suoi "diritti nazionali".

Il "pacifismo" italiano ed europeo, invece, è complice di fatto dell'imperialismo occidentale: spingendo, come fa, perché i palestinesi riconoscano Israele, sostiene non la "pace", bensì la pacificazione di un'area vitale per il capitale metropolitano, in perfetta armonia con il suo bisogno di ordine. Per questo i suoi esponenti gettano acqua sul fuoco della ribellione di classe e accreditano le posizioni più moderate e conciliatrici; pur di non far procedere l'unità rivoluzionaria degli sfruttati arabi, incoraggiano le masse a delegare la loro lotta alle classi possidenti palestinesi, di cui l'attuale direzione dell'OLP è espressione, e reclamano l'impegno diplomatico dell'Italia e dell'Europa. Ma questo impegno non è affatto "in ritardo", come essi affermano. Ed è chiara la direzione in cui va.

La posizione ufficiale del governo italiano e di quelli europei è fondata sul riconoscimento del "diritto alla sicurezza" dello stato di Israele che, tradotto in concreto, significa riconoscere il suo "diritto" alla ulteriore (rispetto ai confini pre-1967) espropriazione di territorio arabo; in "cambio" di ciò gli stessi governi non sono mai andati oltre un generico accenno ai non meglio precisati diritti palestinesi all'autonomia (concetto ben diverso da quello di autodeterminazione nazionale). L'Italia in particolare intrattiene con l'OLP, pur non avendola mai riconosciuta ufficialmente, rapporti "amichevoli", molto utili soprattutto ad essa stessa, poiché questa sua politica converge con quella degli stati arabi moderati interessati anch'essi a sterilizzare l'Intifada ed a tenere sotto il proprio controllo una OLP resa sempre più prona alle esigenze della stabilizzazione borghese dell'area medio-orientale, e serve a precostituire una posizione privilegiata nei futuri rapporti economici con un eventuale staterello palestinese.

L'unico "ritardo", come si vede, è quello del riformismo di casa nostra nel denunciare il ruolo dell'Italia nel sostegno attivo di Israele. (E c'è quello, purtroppo, degli operai italiani, gli alleati naturali della causa palestinese).

Il paese più "amico" della Palestina mostra grande spregiudicatezza nel commerciare più di qualunque altro stato europeo con i paesi arabi e contemporaneamente anche con Israele, in barba alle richieste di boicottaggio che vengono dai palestinesi. Il mercato italiano per Israele è un boccone assai ghiotto. Negli ultimi anni il flusso import-export si è, capovolto, facendo realizzare un discreto surplus commerciale per Israele, a tutto vantaggio per l'economia di questo paese. Le esportazioni verso l'Italia (prodotti chimici, agricoli, tessili e diamanti) si sono, tra il 1986 e il 1988, incrementate di quasi il 50%, passando da 251 a 376 milioni di dollari, mentre nei primi 6 mesi dell'89 l'aumento ulteriore è del 20% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Le importazioni per contro, vanno calando (-9% nei primi 6 mesi dell'89) nei settori in cui prendono forma compartecipazioni azionarie, produzioni e commercializzazioni su licenza (macchinari, mezzi di trasporto, tessili e chimici).

È forse su questa crescente integrazione di capitali che marcia una "democrazia che in Israele nonostante tutto rimane viva" (Avvenimenti n.4/1990), come afferma l'"Associazione per la pace"?

E che dire della pretesa di imporre condizioni alla lotta palestinese (il rifiuto della "violenza" come principio)? Bel modo di stare al fianco di un popolo che muore sotto il fuoco e le torture di un paese armato fino ai denti e che esercita le forme più barbare della violenza di classe.

Salvo qualche adozione e qualche opera di bene, il pacifismo nostrano non ha che un risultato: minare lo spirito di rivolta che muove il proletariato palestinese, indebolire la sua presa di coscienza dell'intreccio tra causa nazionale e lotta di classe, rafforzando le componenti borghesi più pronte alla svendita. Esso si batte, in ultima analisi, per la "propria" pace di metropoli opulenta, che trae il suo benessere dallo sfruttamento dei popoli dominati, di cui vuole perpetuare la soggezione.

Non è questo l'obiettivo dell'Intifada. Non è per tenersi una condizione di dipendenza, di fame e di oppressione che lavoratori e masse povere lottano con eroica tenacia, pagando prezzi altissimi di sofferenza e di morte. Al di là dell'attuale visione che i proletari palestinesi hanno della solidarietà internazionale, nello scontro tra l'imperialismo e le masse sfruttate non si può stare nel mezzo.

La manifestazione di fine 1989 a Gerusalemme ha dovuto far sperimentare a molti italiani ed europei che la repressione israeliana non risparmia neppure le "catene umane" degli stranieri. Denunciamo fino in fondo le brutali aggressioni subite dai partecipanti, ma non crediamo, tuttavia, al "percorso pacifista". Per noi l'unico appoggio, l'unica vera solidarietà con l'Intifada, e con gli sfruttati che ne sono protagonisti, sta nella denuncia chiara ed esplicita dell'imperialismo a partire da quello italiano, per il suo sostegno ad Israele, per la sua diplomazia, complice il parlamento, di sfruttamento e di oppressione. L'unica via di liberazione per il proletariato arabo è - non la "pace" – ma la guerra degli sfruttati e degli oppressi contro l'Occidente sfruttatore.