Libia: un test della "diversità "italiana


Piace al "pacifismo" ed al "riformismo" sottolineare il ruolo "diverso " che l'Italia può svolgere e già in certa misura svolgerebbe nella difesa della "pace" e della "soluzione pacifica" dei conflitti internazionali.

Nel mondo arabo in particolare la Libia (che tuttavia non è la sola nazione ad avere goduto di questo privilegio) ha avuto modo di sperimentare direttamente, sulla propria viva carne, tale "diversità" nel corso della occupazione della Tripolitania ad opera dell'Italia liberaldemocratica e fascista, durata dal 1911 al 1943.

Abbiamo poco spazio a disposizione per rammentare qualche aspetto di una "civilizzazione diversa", dal "volto umano" o - come piaceva dire ad inizio secolo ad un certo nazionalismo - da "nazione proletaria"; contrapposto a quello "predatore" delle grandi potenze (ohi, com'è vecchia questa menzogna social-sciovinista della "diversità" italica…). Lo useremo per pubblicare qualche cifra che non vuole essere sostitutiva, evidentemente, di un'analisi storico-politica, ma fornire solo un parziale promemoria di una minimissima parte delle atrocità che le popolazioni arabe hanno dovuto subire per mano del barbaro colonialismo imperialista.

La fonte delle cifre è un censimento libico del 1984. Non ci sono fonti italiane in materia, poiché la repubblica democratica nata dalla Resistenza, giunta al suo 45° anno di vita, non ha ancora realmente aperto i propri archivi, peraltro abbondantemente purgati da "storici" di matrice fascista a cui erano stati affidati in cura…

Il censimento è del 1984 ed è parziale, in quanto riguarda soltanto 100.000 famiglie su 660.000 costituenti l'intera popolazione libica. I casi di "danni" accertati tra queste persone sono 199.269: 21.123 uccisi dalle truppe di occupazione (tra il 1911 e il 1932); 5.867 assassinati o imprigionati senza alcun processo; 25.738 costretti ad arruolarsi come ascari e a combattere contro i propri fratelli ribelli o contro le popolazioni dell'Etiopia; 37.763 internati nei campi di concentramento; 30.091 costretti ad emigrare nei paesi vicini; 12.058 persone morte a causa di bombardamenti aerei e terrestri o di mine (fino al 1943); 14.910 mutilate dalle esplosioni di bombe e mine (anche dopo la seconda guerra mondiale); 30.321 persone che avevano subito danni alle aziende agricole o perdite di bestiame; 463 denunzie di avvelenamento di pozzi, incendi di boschi et similia, etc. etc.

Lo storico De Boca, che non è certamente un anti-imperialista neppure con le virgolette, non contesta affatto questi dati. Al contrario non fa fatica a riconoscere che le cifre globali, ossia il costo materiale ed umano del banditismo della "diversa" Italia nei confronti della Libia è stato sicuramente di molto superiore. Gli internati nei campi di concentramento furono più di 100.000. Il numero dei morti libici trucidati dalle truppe di occupazione è "di gran lunga superiore" ai 21 mila e passa indicati sopra (alcune centinaia di migliaia secondo cifre ufficiose). Il territorio libico è stato popolato di alcuni milioni di mine durante la guerra, e diverse migliaia di libici sono morti e continuano a morire a causa delle mine. Intere regioni (almeno 3 milioni di ettari) sono state abbandonate per la stessa ragione. Più di 120.000 capi di bestiame sono saltati sulle mine nei primi 25 anni del dopoguerra. E poi c'è la ferita ancora aperta dei deportati in Italia a partire dal 1911, di cui né l'Italia liberaldemocratica, né quella fascista, né quella post fascista, l'una "diversa" dall'altra e l'una più fetente dell'altra, hanno voluto dire parola.

Eppure, dice ancora Del Boca in una intervista a "Politica ed economia" (maggio 1988), negli archivi semi proibiti "c'è, nero su bianco, tutto; compreso l'uso del fosgene, i gas (a proposito delle armi chimiche! - n.), le deportazioni, i lager, i 270 chilometri di filo spinato, le atrocità commesse dai Graziani (il Maresciallo fascista politicamente riabilitato da Andreotti - n.)".

Lontane vicende da ascrivere essenzialmente alla "malattia morale" del fascismo? Niente affatto! La democrazia le rivendica a pieno, nella sostanza.

Il giudizio globale lasciamolo a Sforza, un liberale ministro dell'Italia democratica, collega di governo - durante l'unità nazionale"- di Togliatti: "L'Italia democratica ritiene ingiusto e immeritato che le sia impedito di continuare a perseguire in Africa, secondo i principi proclamati dall'ONU (notate bene) e nel quadro delle sue istituzioni, l'opera di CIVILIZZAZIONE che ha intrapresa e perseguita con infiniti sacrifici e con risultati che il mondo intero ha ampiamente riconosciuto". A quei dì (1947-1949) anche il PCI sospetto di "doppio binario" e l'URSS sostenevano che la Libia avrebbe dovuto essere "lasciata" alla… "diversa" Italia…