Albania

LE "IRRIDUCIBILI" ONDE DI RITORNO
DEI TERREMOTI PRODOTTI DALL'IMPERIALISMO


Indice


Qual è la causa dello spappolamento dell'Albania e dell'arrivo, in agosto, di decine di migliaia di diseredati sulle coste italiane? La scarsa o l'eccessiva "presenza" dell'imperialismo?

E il proletariato cos' ha da offrire agli immigrati e agli sfruttati albanesi: un po' di compassione o una prospettiva di lotta contro il comune nemico?


Mentre l'imperialismo dal "volto umano" dava buona prova di sé sui moli e nello stadio di Bari, da "sinistra" si è levato un coro di "critiche" contro il governo italiano. Sotto accusa la sua "imprevidenza" per non aver creato "gli argini per prevenire l'alluvione", per non essere intervenuto a sufficienza - dopo il crollo dei muri - per "salvare" l'Albania e l'aiutarla" a rinascere dalle macerie in cui l'aveva fatta sprofondare il "socialismo" di Enver Hoxa. Se lo Stato italiano, recitava il coro dei "critici", avesse dato quei 60 miliardi promessi e avesse avviato una "seria" e "paritaria" cooperazione, il paese sarebbe stato salvato dalla fame e si sarebbe bloccato alla radice l'esodo di massa verso l'Italia.

Quanto squallore in questi belati; i reali affossatori del popolo albanese nell'inferno della miseria eretti a suoi salvatori!!

Da dove viene, infatti, la caduta dell'Albania nei gironi della fame? Non certo dalla mancanza e/o dall'insufficienza dell'intervento dell'imperialismo, ma, al contrario, dalla sua ipertrofica e invadente "presenza". Sono stati i meccanismi di funzionamento asfissianti del capitalismo giunto alla sua fase imperialistica a far mancare il respiro alla giovane e debole pianticella del capitalismo albanese, che, sotto la spinta di una reale lotta di liberazione nazionale contro la dominazione italiana, aveva tentato di porre le basi per l'uscita del paese dalle condizioni di arretratezza e sottosviluppo in cui proprio la civiltà italiana ed europea (oltre che l'impero ottomano) l'avevano conservato fino alla 2a guerra mondiale. Tentativo destinato inevitabilmente a fallire nell'ambito delle relazioni economiche internazionali dell'imperialismo. Come ricordiamo brevemente nella scheda, attraverso i fili "invisibili" del mercato (spesso vestiti con i panni dell'umanitaria politica di cooperazione economica), la finanza occidentale, in primis quella italiana, ha bloccato l'iniziale sviluppo capitalistico del piccolo paese e ne ha reinvertito il processo. A misura che capitali e merci italiani (con il loro codazzo di "democratici pensieri") sono tornati a spadroneggiare in Albania, sono esponenzialmente cresciuti fame, miseria, disoccupazione e decomposizione sociale. Altro che lavoro e benessere annunciati dagli squilli di tromba degli aedi dell'imperialismo italiano!

E così ad attraversare il canale di Otranto non sono stati più "semplicemente" studenti, intellettuali e professionisti "calpestati" dal regime "egualitarista" degli eredi di Hoxa, da usare in chiave di propaganda anti-proletaria e quale docile strumento per giustificare e oliare il ripristino del patrocinio italiano sull'Albania.

Affamati e determinati

No. Sono arrivati nullatenenti, lavoratori, contadini. Affamati e determinati. "Vogliamo lavorare, vogliamo mangiare e siamo pronti a batterci per questo". Questo è stato il biglietto da visita degli "irriducibili" albanesi. Irriducibili a non accettare il destino di fame e oppressione che l'imperialismo italiano non può che riservare loro.

La borghesia italiana ha visto spalancarsi davanti ai suoi occhi il "vulcano sociale" che ha generato in Albania.

E stata facile e trionfale la vostra marcia verso Tirana, signori borghesi! Come avete gioito quando le folle, prima "comuniste", si esaltavano per la democrazia e si prostravano ai vostri piedi implorando il "consumismo"!

Sì, ritornando in Albania avete esteso il vostro dominio; ma con esso anche la massa di sfruttati cui siete costretti a "render conto".

Quell'implorazione, quell'esaltazione erano (e sono) potenzialmente contro di voi, in quanto nascono da esigenze materiali che vanno in rotta di collisione con il vostro sistema sociale: per i lavoratori e gli sfruttati albanesi la fame di democrazia è fame di beni. E cosa avete avuto e avete da offrire loro? "Gli immigrati albanesi sono un problema di ordine pubblico", avete dichiarato. Alle loro speranze (riposte momentaneamente in voi - i loro reali sfruttatori - a causa principalmente dell'assenza dall'agone sociale della classe operaia italiana) avete riposto con carabinieri, poliziotti e finanzieri, con esercito, marina e aviazione, con raggiri e con diktat inviati al governo di Tirana affinché si aprisse ulteriormente alla penetrazione dei vostri capitali, fosse più efficiente nel mantenimento dell'ordine del paese (anche in questo assistiti e addestrati, generosi come siete, dalla vostra secolare esperienza!), così da impiantare una preziosa testa di ponte per il vostro gangsterismo in tutti i Balcani.

E se oggi vi congratulate per l' "emergenza conclusa", state certi che i mezzi con cui avete tamponato quest'onda di ritorno dei terremoti sociali che state producendo nel mondo non faranno che premere, generando ulteriore fame e oppressione, per scosse ancora più violente, per ondate più "irriducibili" e meno "illuse" verso le vostre promesse e i vostri raggiri.

Non siamo tra quelli che piagnucolano per il "trattamento" riservato agli immigrati albanesi. Altro che segno di "inefficienza" e di "malvagità": esso è stato l'espressione di una piena efficienza capitalistica. Da un lato la borghesia aveva bisogno di colpire, di terrorizzare lo "spirito fiero ed esigente" degli immigrati albanesi; dall'altro doveva mandare un messaggio "dissuasivo" ai loro fratelli rimasti sull'altra sponda.

Ma preferiamo il cinismo schietto dell'azione borghese alla vomitevole ipocrisia di quell'arcipelago (meglio: palude) "terzo-mondista" che di diverso avrebbe voluto solo un po' più di compassione e di umanità verso gli immigrati. La vomitevole ipocrisia di chi ha invocato più "aiuti" italiani all'Albania (con le necessarie misure di sicurezza of course, perché, si sa, quelle popolazioni sono così "incivili e fannullone" che non sanno neanche gestire le risorse che vengono loro generosamente donate), più presenza italiana (chissà cosa direbbero le masse somale o quelle irakene di quest'Italia democratica fattore di progresso nel mondo!) e nello stesso tempo si è "offeso" e "indignato" per la disumanità e i raggiri messi in opera a Bari.

Evidentemente la cosa peggiore -per certi "amici" delle popolazioni del terzo mondo è che i contrasti sociali suscitati dalla civiltà, cui essi si abbeverano, esplodano. Per questo sono rimasti terrorizzati nel vedere la potenziale carica di rivolta, di odio e di rabbia degli immigrati albanesi e di come la "disumanità" delle forze dell'ordine la facesse maturare e centuplicare in decine di migliaia di diseredati albanesi.

Questa è la vera utopia! Utopia è immaginare un capitalismo senza il soggiogamento e la fame per interi popoli; utopia è sognare un capitalismo senza contrasti sociali e senza la loro violenta esplosione.

Vorrebbero - questo genere di "amici" del terzo mondo - la dominazione imperialista italiana sui paesi deboli e arretrati (oh certo, per aiutarli a uscire dal sottosviluppo!) e, nello stesso tempo, evitare che l'esplosione di odio che essa alimenta si rovesci sul "suolo italico".

Tristi giorni attendono questi "generosi" cuori… sottosviluppati.

I giovani albanesi rimpatriati mandano a dire, tramite il "Corriere della Sera" del 18.8.91, "non aspetteremo. Torneremo da voi. La gioventù è d'accordo: vogliamo occupare l'Italia… Vi sommergeremo tutti. Forse di qui noi vediamo più chiaro: suona la campana a morto anche per voi".

Non compassione, ma lotta unitaria al capitalismo

Non è di compassione o pietà che hanno bisogno i lavoratori albanesi. Le istanze oggettive di cui sono portatori chiedono di sbaraccare il sistema economico che li domina e che ha il suo cuore proprio qui, nelle mani di chi si presenta ed è presentato come la loro salvezza.

C'è solo un soggetto "abilitato" alla realizzazione di questa "operazione di sbaraccamento" e a incorporare in essa il potenziale di lotta delle masse albanesi strappato alle aspettative illusorie verso il governo italiano: il proletariato italiano, la classe sfruttata dagli stessi avvoltoi, dallo stesso sistema economico che sprofonda nel disfacimento l'economia albanese.

Se il proletariato italiano fosse stato in piedi, in lotta contro padroni e governo a difesa intransigente dei suoi interessi, avrebbe offerto ben altro che compassione ai diseredati albanesi. Li avrebbe riconosciuti come fratelli di classe e avrebbe offerto loro un'organizzazione e un programma di lotta contro il comune nemico, ricavandone esso stesso ulteriore forza in questa battaglia. Avrebbe saputo raccogliere, organizzare e far divenire bruciante la reazione che essi istintivamente hanno messo in campo contro la violenza di classe della borghesia.

Oggi la classe operaia non è ancora in campo. Ma la borghesia, che non può concederle niente - anzi, deve attentarne sempre più le postazioni organizzative e materiali -, è estremamente attenta a immobilizzarne e a deviarne in senso sciovinistico l'inevitabile entrata in scena a evitare che nella lotta possa congiungersi con il potenziale anticapitalistico costituito dal lavoratori immigrati e dai diseredati che approdano sulle coste peninsulari.

A questo ha mirato la propaganda della borghesia durante la vicenda degli immigrati albanesi; li ha presentati ai lavoratori italiani come pericolosi concorrenti nella ricerca del lavoro e della casa, come "fannulloni" che degraderebbero l'ordine e la pulizia della nazione; ha fatto balenare sé stessa come unica speranza per gli operai; ha cercato di comprarne il sostegno nell'opera di penetrazione economica e militare che sta compiendo in Albania e nei Balcani, con la giustificazione che è l'unico modo per assicurare ai popoli dell'altra sponda un'esistenza umana e con la promessa che da ciò deriveranno benefici per "tutti" (chissà se certi "compassionisti" si rendono conto dove e per cosa si confeziona la paccottiglia che presentano come propria!).

Se la classe operaia italiana abboccasse all'amo sciovinista teso dalla borghesia. sarebbe la rovina per tutti: per essa, per i lavoratori immigrati e di cui questi rappresentano un avamposto nelle ricche metropoli.

Affinché la presenza e l'afflusso di masse di diseredati non divenga un fattore di divisione e di ulteriore indebolimento del fronte di classe, è necessario che il proletariato italiano dispieghi la sua lotta contro padroni e governo, ne denunci e ne ostacoli l'azione gangesterista nel mondo e in tale lotta respinga il veleno sciovinista, inquadri nei suoi ranghi come compagni di lotta i lavoratori immigrati ("bianchi" e "coulored") battendosi contro il supersfruttamento differenziato cui sono sottoposti e ricavando così ulteriore forza nella unitaria guerra di classe contro la borghesia.

O questa strada, certamente irta di difficoltà, o la comune rovina. Una terza via non c'è.