Jugoslavia

UNA GUERRA TRA BORGHESIE "NAZIONALI" DIPENDENTI, A SERVIZIO DEGLI INTERESSI IMPERIALISTI OCCIDENTALI, CONTRO IL PROLETARIATO JUGOSLAVO ED INTERNAZIONALE


Indice


L'aggiornamento sulle vicende jugoslave che segue non sarebbe comprensibile senza tener presente quanto da noi pubblicato in precedenza tema, in particolare il volumetto Jugoslavia - Tra scontro "inter-etnico" e scontro di classe. Quello che ci prefiggiamo qui è semplicemente ribadire i punti cardine della nostra analisi e della nostra prospettiva politica quanto all'essenziale, rinviando a successivi interventi un esame approfondito dell'evolvere del quadro economico-sociale venuto qui a determinarsi.

Al solo scopo di gettare un ponte tra le precedenti puntate e questa, ricordiamo sinteticamente i "chiodi fissi" cui ci rifacciamo.

MANUALE DI PROPAGANDA

Sentite in questi mesi.

  • Il golpe di Janaev era stato preparato da Saddam Hussein (prima versione).
  • Il golpe di Janaev era stato preparato da Cuba" (seconda versione).
  • Scoperti dei piani serbi per l'invasione dell'Italia" (!)
  • L'esercito serbo usa armi chimiche e batteriologiche".
  • Distrutte dai serbi le chiese cattoliche ".
  • Piano massonico anti-croato ed anti-sloveno".
  • I minatori rumeni contro il comunismo" (prima versione).
  • Manovra neo-comunista dietro i minatori rumeni" (seconda versione).
  • Migliaia di agenti della securitate tra i minatori rumeni".
  • Nuova minaccia atomica di Saddam Hussein contro il mondo ".
  • Eccetera eccetera.
  • E, naturalmente: Bush ha salvato la democrazia russa, le nostre truppe in Albania per aiutare quel paese, i parà francesi belgi ed italiani nello Zaire per garantire la sicurezza dei nostri connazionali, le"forze d'interposizione" occidentali in Jugoslavia per mettervi pace, i bombardieri USA di nuovo in Iraq per preservarci dalle atomiche di Hussein, a Cuba per cancellare quella l'odiosa dittatura"…

    Rimedio garantito: non accendere radio e TV, non aprire i giornali senza un buon antivomitivo preventivo.

    Primo: alla base dello scontro "inter-etnico" attuale sta la crisi dei rapporti economico-sociali borghesi cui necessariamente ha messo capo il sistema "socialista" autogestionario di Tito. Una crisi che in nessun caso potrebbe leggersi come solo, o prevalentemente, "interna". In primo luogo perché essa si può cogliere solo all'interno dei meccanismi combinati e diseguali del capitalismo mondiale (cui la "rivoluzione" titoista, per sua natura, non era in grado di sottrarsi); in secondo luogo perché l'intervento imperialista vi ha giocato non solo in forza de "naturali, spontanei" meccanismi di mercato, ma attraverso una mobilitazione attiva sul piano politico ed anche militare.

    Secondo: la risposta del proletariato di ogni nazione o stato della Jugoslavia dev'essere quella della propria unità in quanto classe, il che implica la difesa - da sé e per sé - del tessuto unitario del paese su cui solamente essa può darsi come primo essenziale anello della ricomposizione dell'unità internazionale del proletariato.

    Terzo: questo compito non può essere delegato a nessun'altra forza in campo, non solo per l'ovvia constatazione che, ove manchi il proletariato ai suoi compiti, vano sarebbe aspettarsi un surrogato a suo favore da altro versante, ma anche e perché è storicamente inibita ad ogni e qualsiasi formazione borghese di questa taglia di difendere neppure lo stesso postulato borghese della difesa dell'unità territoriale jugoslava quale spazio minimo per far da argine al dominio imperialista.

    Nel ribadire questi punti, l'indice nostro è precipuamente puntato contro le sirene del nazionalismo secessionista sloveno e croato. Con ciò non si tratta di privilegiare od assolvere, beninteso!, quello serbo (dapprima vanamente "unitarista", poi rapidamente confinatosi ad un "mini-confederalismo" privo di prospettive, se non addirittura ad una pura visuale "serba"). Al contrario, il nazional-sciovinismo sloveno-croato non fa che mettere a nudo l'impotenza di cui dicevamo dei cosiddetti "centralisti di Belgrado" ad assolvere allo stesso ruolo borghese che ad essi, astrattamente, competerebbe e fa risaltare, una volta di più, l'urgenza che sia il proletariato a muoversi, in piena indipendenza da qualsivoglia direzione borghese, per quanto sulla carta - meno incline a subire od a farsi portavoce dei disegni imperialistici, meno - nazionalmente, borghesemente - venduta.

    Tanto ci distingue sia dagli "indifferentisti" che da quanti, per la giusta preoccupazione di non dar spago al nazional-sciovinismo profittante all'Occidente, rialzano le consunte bandiere dei "diritti dei popoli" a rimanere "indipendenti" dall'imperialismo delegandole ai "popoli", per l'appunto, ovvero alle borghesie "progressiste" o "socialiste" tout- court.

    L'antagonismo di classe proletariato-borghesia, jugoslavo ed internazionale, costituisce dal principio alla fine la chiave della situazione e l'unica premessa di una sua soluzione"liberatoria".

    La secessione slovena: propaganda di guerra e guerra di propaganda

    All'uscita del nostro lavoro sul "caso Jugoslavia" ha fatto quasi immediatamente seguito la cosiddetta "guerra di Slovenia".

    In proposito è necessario premettere alcuni dati di fatto, vista l'ubriacatura di fiele e menzogne cui i mass-media (tutti, ma proprio tutti!) hanno sottoposto il "pubblico" in quei giorni[1]. A sentire questa squallida genia di "informatori" e commentatori, l'APJ - dietro ordine, naturalmente, di Belgrado, anzi: di Milosević in persona - avrebbe invaso proditoriamente in forze la pacifica Slovenia, che, però, sarebbe spontaneamente insorta come un sol uomo ricacciando militarmente l'aggressore. E dato che a Lubjana le casse del libero stato di Bananas, pardon… di Slovenia, piangono, ci si è affrettati a fare i conti dei danni di guerra che Belgrado dovrebbe rifondere, gareggiando in onestà di computo con certi nostri amministratori irpini demandati a mungere dallo stato i soldi della ricostruzione post-terremoto. E tralasciamo altri ameni dettagli, limitandoci soltanto a ricordare quel tal quotidiano austriaco intento a battere la grancassa dell'intervento tedesco al punto da predisporne una giustificazione favoleggiando di granate (serbe, natürlich!) sul patrio suolo stiriano.

    Rimettiamo a posto la cronaca, tanto per cominciare.

    Il governo sloveno, dopo aver proclamato la propria volontà di staccarsi dalla Jugoslavia previa un'intesa sui tempi ed i modi in ambito federale, tanto da rassicurare che il giorno fatidico della proclamazione dell'indipendenza non sarebbe successo nulla di particolare, procedeva ad impossessarsi delle frontiere jugoslave comprese nei suoi confini amministrativi confiscando al centro le entrate doganali. Ad un tale atto di palese arbitrio anche dal puro e semplice punto di vista del "diritto internazionale" (lo diciamo per chi ci crede), il governo federale replicava con l'ingiunzione a rimettere il controllo confinario e doganale ad esso, dando di ciò mandato a (ridottissime) truppe dell'APJ.

    I nazionalisti sloveni coglievano la palla al balzo: si trattava di scagliare i propri miliziani - nel frattempo arruolati in sovrannumero, ben foraggiati di marchi e meglio ancora armati ed addestrati dall'estero – contro un pugno di ragazzi sotto leva non predisposti allo scontro ed, anzi, con l'ordine di non sparare se non in casi estremissimi (ordine fin troppo rispettato!) per montare la storiella della "invasione della Slovenia" da parte dei soliti truci "serbo-comunisti"[2].

    UN TESTO PIÚ CHE MAI ATTUALE: LE DIRETTIVE DI GOEBBELS PER LA PROPAGANDA IN JUGOSLAVIA (1941)

    "Le linee direttive per la propaganda nei confronti dei croati sono date propriamente nel proclama del Führer: "Noi non abbiamo niente contro di voi - noi non abbiamo niente neppure contro il popolo serbo: noi ce l'abbiamo solamente con la cricca dei generali serbi. Noi non abbiamo niente contro i croati anzi, voi ci siete particolarmente simpatici… "Far continuamente risuonare nei notiziari ufficiali… quanto segue nei confronti dei croati. "Che cosa avete dunque ricavato dalla unione con i serbi? Voi siete stati oppressi… I serbi hanno governato lo stato, così come a suo tempo i cechi avevano governato il loro "…Non appena abbia inizio la prima crisi… "E' giunta la nostra ora. Se vogliamo veramente ottenere l'autonomia statale, questo è il momento. Noi siamo convinti che i tedeschi la concederebbero. Si veda la Slovacchia. Gli slovacchi hanno l'autonomia. Essi hanno colto il momento opportuno… Risultato: essi hanno un loro presidente, un loro parlamento, un loro esercito; nessuno si intromette più nei loro affari interni, noi non abbiamo mai sentito dire che i tedeschi si siano immischiati negli affari interni della Slovacchia… Parola d'ordine: formate già fra di voi il futuro stato autonomo croato… Se siete furbi, allora approfittate di questa situazione. A partire dal 1919 voi avete sempre reclamato un vostro stato autonomo… Ora è venuto il momento! I tedeschi cercano amici. Essi possono ora darci l'autonomia. Che senso ha parlare di alto tradimento? Questo non è un tradimento della patria. Questo stato serbo non è la nostra patria. Questa è stata la tirannia dei serbi che ci hanno attirato in questo stato effimero. Noi non disertiamo da uno stato; non si può disertare da uno stato in cui si è stati costretti ad entrare. Questo stato è stato per noi solo un apparato costrittivo, e noi abbiamo sempre ribadito che alla prima occasione ce ne saremmo andati. Ora è venuto il momento".

    (Cfr. W.A. Boelke, La guerra è bella!, Firenze, 1973).

    Senza commenti. La "democrazia" occidentale ha ereditato pari pari gli schemi propagandistici del Terzo Reich (per il proprio, e più fetente, nuovo Reich) così come i vari Tudjman riecheggiano le veline ustascia in proposito. In maniera tanto più vomitevole dopo che i "popoli "jugoslavi si erano mostrati capaci - nella "guerra di liberazione " - di affermare la propria indipendenza statuale formale nel solo modo possibile: passando sopra il cadavere delle borghesi e quisling delle varie "statualità indipendenti" di Jugoslavia.

    Quanto bastava per scatenare la campagna "pro-Slovenia" già prefabbricata nelle capitali dell'Occidente e prontamente riecheggiata alle Botteghe Oscure (e financo nella successiva viuzza "più a sinistra"). Sarebbe divertente, se non fossimo in presenza di una tragedia, chiedere a lor signori come stanno insieme l'affermazione che l'esercito belgradese è il terzo in Europa (!!!) per potenza militare e il fatto che una sua manovra offensiva contro un popolo di due milioni di abitanti viene respinta in quattro e quattr'otto senza neppure un contro-esercito dall'altra parte (dobbiamo "addirittura" agli anarchici la barzelletta della Slovenia "primo stato europeo privo di forze militari"!), con i due terzi dei caduti tra gli effettivi dell'APJ. Evidentemente, la fabbrica delle menzogne ufficiali della borghesia funziona a perfezione: non perché sia particolarmente sofisticata (al contrario, essa è di una scoperta rozzezza!), ma perché, purtroppo, tace una forza internazionale di classe in grado di ribaltare le "opinioni" sul terreno dello scontro materiale.

    Ci si può chiedere: come si spiega, allora, se le cose stanno così, un comportamento da parte dell'APJ talmente autolesionista?

    In primo luogo si deve tener conto che l'operazione amministrativa, e di polizia - se proprio vogliamo -, alle frontiere era stata concepita come un affare di normale amministrazione che, nel calcoli - sbagliati - del centro non avrebbe dovuto suscitare la reazione che invece c'è stata da parte di Lubljana e, come tale, non avrebbe neppure dovuto trovare particolari opposizioni da parte degli organismi statali dell'Occidente, nominalmente espressisi contro "atti unilaterali di secessione", per non dire altro, delle singole repubbliche della Federazione. In secondo luogo, la separazione della Slovenia dalla Jugoslavia era già messa nel conto, e l'operazione di cui sopra era dichiaratamente volta non a conculcare questo "diritto", ma semplicemente a statuire quei termini di tempo e modi che, sino al giorno prima, lo stesso governo sloveno aveva dichiarato di voler rispettare. In terzo luogo, una volta scatenato il conflitto da parte della Slovenia, la pressione - neppur tanto discreta, in particolare per quel che riguarda Austria e Germania dell'Occidente è valsa a dissuadere Belgrado anche solo dal replicare militarmente come si sarebbe dovuto sul puro e semplice piano dell'autodifesa.

    Queste tre considerazioni confermano il nostro pronostico sull'incapacità delle strutture borghesi della Jugoslavia, esercito compreso, di garantire la causa dell'unità del paese, fosse pure "alla prussiana". Una borghesia già precedentemente arresasi ai diktat del FMI non poteva di punto in bianco ristabilire il "proprio" ordine "interno" con le armi, dal momento che questo avrebbe significato "aggredire" gli interessi jugoslavi propri dell'Occidente. Un affare che richiede, né più, né meno, una mobilitazione insurrezionale del proletariato unito di tutto il paese: ma chi se ne sarebbe potuto far fautore? Un Milosević? Se qualcuno (com'è accaduto a certe frange "più a sinistra" di "Rifondazione Comunista") ci ha creduto, ha dovuto presto disilludersi (senza per questo, more solito, apprendere in alcun modo la lezione).

    Ed è così che l'Armata si è prontamente ritirata dalla Slovenia, dichiarando di non voler restare laddove essa non sia riconosciuta dalla popolazione come cosa propria. In compenso, il governo sloveno si è impegnato (con gli accordi sottoscritti a Brioni) a rispettare, in vista di una secessione totale, quelle normali modalità che esso stesso, per primo e solo, aveva violato. E, in attesa, si è dato a sondare le prospettive di inserimento preventivo nel mercato e nelle strutture economico-politiche occidentali. Risultati? Quelli prevedibili e (da noi) previsti: l'economia slovena "sfruttata da Belgrado" ed ora resa "indipendente" grazie ai buoni uffici dell'Ovest non trova aperta qui neppur la porta di servizio; al massimo, può fungere da intermediaria rispetto al mercato balcanico" complessivo, a patto, però, di dismettere ogni velleità… indipendente. Un giornale sloveno ha francamente ammesso: abbiamo vinto la "guerra", ma la nostra economia "proiettata verso l'Europa" l' ha persa (le esportazioni ad ovest dei primi sei mesi del '91 sono a quota 60% rispetto alla stessa data del '90) e, per sopravvivere, deve "ribalcanizzarsi". "Meno euforia e più realismo - è stata la ricetta del ministro delle finanze -, il denaro è una cosa seria" ("Panorama", di Fiume, 16-30 giugno '91). Lo sapevamo, 10 sapevamo… A dimostrarsi ben poco seria è stata la velleità "indipendentista", risoltasi (cu ciò ritorneremo) in una dipendenza di fatto, se non in una vera e propria "colonizzazione", della Slovenia quale testa di ponte verso l'Est del capitale occidentale. Chi paga è il solito pantalone, sotto posto ad un duplice sfruttamento, della "propria" borghesia "nazionale" e dell'Occidente.

    Resterà muto il proletariato, sloveno e jugoslavo, a sopportare questo doppio giogo? Non lo crediamo proprio, e un buon presagio ci è dato dalla possente manifestazione proletaria dinanzi al parlamento di Lubljana proprio alla vigilia della dichiarazione d'indipendenza con cartelli e discorsi che dicevano: " I nostri problemi non si risolvono con le spese militari". Un semplice avvertimento. I fatti seguiranno.

    La democrazia ustascia-croata

    Cessata la "guerra" in Slovenia, il conflitto si è scatenato in Croazia.

    Anche in questo caso, dobbiamo rimarcare l'arretramento precipitoso delle forze "centraliste" belgradesi dalle iniziali proclamazioni sulla necessità di conservare l'unità della Jugoslavia ad un discorso che suona così: se la Croazia non vuole più rimanere unita alla Federazione non c'è che da prenderne atto, noi accettiamo che essa vada per la propria strada e non ci sogniamo nemmeno di chiamare il proletariato croato ad una lotta unitarista (perché ciò significherebbe dar vita ad un soggetto antagonista pericoloso per tutta la borghesia, compresa la nostra); chiediamo solo che siano rispettati, nella divisione della Jugoslavia a venire, i "diritti dei popoli". "I serbi con la Serbia", questo è quanto.

    Dal punto di vista del (borghese) "diritto all'autodeterminazione", questa petizione non è priva di giustificazioni. Che la Croazia di Tudjman abbia esercitato un'oppressione nazionale sui serbi residenti entro i propri confini (e non si tratta di bruscolini!) è un semplice dato di fatto. Lo riconoscono fonti insospettabili. Lo stesso Kucan ammette che "l'attuazione della democrazia e criteri europei per quanto riguarda la situazione in ogni repubblica" esige "il rispetto dei diritti delle minoranze, come quella serba in Croazia" e parla di l'estremisti cetnici da una parte ed ustascia dall'altra" ("La Voce del Popolo", 3/8/91). Miko Tripalo afferma: "Io credo che esiste il pericolo di questi due movimenti, non solo cetnici ma anche ustascia" e rincara la dose: "Gli errori del nuovo governo (croato) hanno peggiorato questa situazione perché durante la campagna elettorale il Partito che ha poi vinto le elezioni ignorava la realtà della presenza serba e quando ha parlato del problema serbo ha sempre parlato contro i serbi"(ibid).

    La "Slobodna Dalmacija" va anche più in là: "Perché all'inizio del suo mandato presidenziale egli (Tudjman) ai serbi in Croazia non era disposto a concedere nulla? (Ricordiamo la campagna isterica contro la proclamazione della semplice "autonomia culturale" in Krajna e Slavonia, n.) Tudjman ha identificato l'intero popolo serbo - il cosiddetto "pučanstvo" - con la burocrazia serba il cui potere non era proporzionale alla consistenza numerica. Ma se a governare fosse stato il popolo serbo, perché allora i serbi hanno continuato a vivere nei comuni meno sviluppati, come mai hanno dato so tanto una piccola percentuale di intellettuali?" (in "La Voce del Popolo", 30/8/91).

    OCCHIO AL SUPER-IMPERIALISMO, 
    SERBO NATURALMENTE

    Da "Panorama" (n. 15 del 16-31/8/1991), quindicinale della comunità italiana in Jugoslavia: "se l'Europa, l'Occidente e la comunità internazionale non desiderano che s'incendino i Balcani e gran parte del continente, dovrebbero cominciare sin d'ora a preparare una task-force di tutto rispetto, per nulla inferiore né in numero di soldati né in equipaggiamento militare a quella impiegata nel Golfo contro Saddam Hussein. L'Europa però dovrà state molto attenta. Pur di mantenersi al potere e soddisfare le proprie ambizioni imperialistiche, Milosevic con la possente macchina propagandistica che ha messo in piedi (di fronte alla quale CNN, A BC e CBS son bruscolini, n.), degna della miglior scuola goebbelsiana, farà il possibile per esasperare gli interessi contrastanti, riaccendere vecchie rivalità all'interno della Cee (tra Francia e Germania, per esempio) e, per quanto incredibile possa sembrare (incredibile? e perché mai?) dopo la dichiarazione congiunta di Mosca sulla Jugoslavia, per guastare i buoni rapporti esistenti fra Usa e Urss. Come non ricordare, infatti, il vanto con cui i serbi rivendicano il 'merito'di aver scatenato la prima guerra mondiale e di aver contribuito alla caduta di due grandi imperi. Come dimenticare che il leader serbo ha cominciato la carriera politica nel Kosovo e che ha finito per kosovizzare la Jugoslavia intera. Ora tenterà di balcanizzare l'Europa (e perché non anche il mondo intero ?) partendo, come pare, proprio dall'Albania."

    Occhio, dunque, forze del bene anti-imperialiste, Europa, Occidente, Usa, Urss e "comunità internazionale" (Onu, Fini, Ueo, e così via), che della fraterna cooperazione tra tutti i popoli del mondo; della non-rivalità; della non-balcanizzazione; della strenua resistenza alle guerre mondiali bramate soltanto da etnie fetenti (come i serbi e… gli arabi, no?); della liberazione degli oppressi e dei kosovizzati, siete l'immacolata bandiera: occhio alle smisurate ambizioni super-imperialistiche di Milosevic, l'uomo che potrebbe scatenare la terza guerra mondiale, e mano alle vostre liberatrici Task Forces "di pace"!

     

    Già, perché la minoranza serba in Croazia è costituita da classi subalterne, prevalentemente contadine, che il governo neo-ustascia di Tudjman si apprestava semplicemente ad espropriare, ricacciandole oltre confine (come disse Mesić: i serbi di Croazia dovranno andarsene da qui senza potersi portar dietro neppure la polvere sulle scarpe), e ciò ha suscitato la resistenza "nazionale" di queste classi certamente esposta, nelle attuali circostanze, al richiamo dei cetnici (termine peraltro, assai abusato) ma, che in altre condizioni, cioè in presenza di un forte proletariato jugoslavo organizzato, avrebbe potuto costituire un fattore aggiuntivo di prima grandezza per una comune battaglia antiborghese e, a questo livello, unitarista.

    Il copione di Ante Pavelić è stato rigorosamente replicato da Tudjman: l' "indipendenza" croata si dovrà fare contro la Serbia e i serbi, a l'ombra delle potenze "amiche" del l'Occidente, grazie all'internazionalizzazione" della "questione jugoslava" e poiché il padrone di essa dovrà essere una borghesia interna, ciò comporterà dei problemi col proprio proletariato, per disciplinare e "compensare" il quale può valere la rivalsa populistico-sciovinistica antiserba: ciò che noi borghesi ci apprestiamo a togliervi potrete riprendervelo (in parte) sottraendolo ai nemici serbi (il cui esodo forzoso dalla Croazia è iniziata da quel dì e in tempo di "pace"!).

    Il diversivo "nazionale" è servito a Tudjman per smantellare da cima a fondo il sistema delle garanzie sociali in Croazia, per imporre il bavaglio alle organizzazioni politiche e sindacali del proletariato croato (le sedi dei partiti scomodi sono state semplicemente chiuse o fatte saltare in aria, i sindacati indipendenti inibiti dall'esercizio dei propri diritti); l'economia "autogestita" è stata confiscata dal governo per destinarla in parte alla burocrazia del partito di governo e in altra buona parte alla svendita a favore del capitale occidentale quando non si è passati alla chiusura per fallimento di interi settori non più gestibili in proprio e scarsamente appetibili per la borghesia di qui. in compenso, il governo Tudjman ha profuso a piene mani le proprie capacità nell'acquisizione di armi e di mercenari per "difendere l'autonomia croata". Le notizie al proposito sono abbondanti sulla stessa stampa ufficiale per quel tanto (poco) che non è concesso nascondere: "Austria e Ungheria sarebbero state fin dall'inizio i più importanti fornitori… Alcune settimane fa è stato scoperto che l'Austria ha importato cinque volte più armi dalla Spagna che l'anno precedente, in particolare pistole Astra. Le stesse in dotazione della polizia croata. Ma le quantità più ingenti di armi per la Slovenia e la Croázia provengono da Singapore e Hong Kong… Un carico d'armi del valore di 12 milioni di dollari è stato sequestrato a Miami, in Florida. Era destinato alla polizia croata". ("La Voce del Popolo", 13/8/91). E non è che la punta dell'iceberg.

    Non è poi un mistero per nessuno (salvo che per i ciechi e sordi – ma non muti, ahinoi! – volontari) che al copioso armamento "nazionale" croato, pagato con la rovina dell'economia del paese hanno corrisposto l'aiuto fraterno" di determinati paesi occidentali per l'addestramento, l'arruolamento di "volontari" e mercenari dall'estero (dagli ustascia emigrati ad albanesi, rumeni etc.) ed il rimestamento ai confini della Serbia per scatenare contro Belgrado gli appetiti territoriali ungheresi, rumeni, albanesi, greci, turchi e chi più ne ha più ne metta. Che tra le truppe "croate" si parlino lingue diverse è risaputissimo e il rinvenimento di cadaveri di mercenari stranieri (nella fattispecie albanesi) è trapelato sulla stessa stampa slovena, tanto per dire…

    Convinti di poter realizzare i propri piani su un tappeto di velluto, i dirigenti croati hanno costantemente cercato la via dello scontro: si trattava di "dimostrare" che i "serbo-comunisti" minacciavano l'indipendenza croata, il resto sarebbe venuto da sé, grazie all'intervento internazionale a sua tutela… Così, dopo aver fatto pubblicare sui propri giornali i nominativi dei serbi da "snidare" dal sacro suolo patrio, si è arrivati all'idea di pubblicare anche la lista degli indirizzi del personale militare presente a Zagabria, familiari compresi e ad impartire l'ordine di assediare le guarnigioni militari federali (di cui, paradossalmente, Mesić si arroga il diritto di essere a capo nella sua qualità di presidente federale! E, paradosso nel paradosso, lo stesso Mesić aveva precedentemente firmato un atto d'accusa federale contro la Slovenia per "violazione dei diritti umani" per aver seguito la stessa via, costringendo - come poi è avvenuto in Croazia - le famiglie degli ufficiali federali all'abbandono dei propri tetti ed a trovar rifugio nelle caserme onde sfuggire alla "spontanea" ritorsione "popolare" contro di esse).

    In questa situazione, l'APJ ha tentato un'opera di interposizione tra le forze contendenti in attesa (…en attendant Godot!) di una pacifica risoluzione del conflitto. Con che risultati? Primo: quello di non potere in alcun modo assolvere ad un tale irrisolvibile compito. Secondo: quello di accelerare la dissoluzione degli ultimi residui unitari garantiti da essa, dal momento che una volta posta la questione sullo scivoloso terreno dei "problemi nazionali" si è data la stura alla dissoluzione dall'interno del quadro sovrannazionale dell'Armata, con la ricollocazione dei diversi comparti "nazionali" di essa entro i "propri" confini nazionali o, al meglio, con la diserzione di massa[3].

    Con ciò la divisione definitiva della Jugoslavia viene definitivamente sancita da tutte le parti in causa e si tratterebbe "soltanto" di stabilirne le modalità. Una vittoria, in sostanza, per la Croazia se non fosse che la spartizione di essa suscita contrasti tra le forze dell'Occidente che l' hanno promossa: tutto OK per il blocco Germania-Austria, meno per altri paesi (tra cui l'Italia, che si sente minacciata di emarginazione dal gioco da parte del governo Tudjman, decisamente troppo "deutsch" a senso unico), ed è proprio qui che si decidono le sorti del "diritto dei popoli" e delle relative "sovranità". Con quali esiti si vedrà poi[4] .

    La tragedia jugoslava si avvita, così, su sé stessa e inevitabilmente minaccia di espandersi ad altre zone, quali la Bosnia-Erzegovina, dove le recenti elezioni sono state vinte dai tre partiti nazionali, "ma i serbi sono de facto esclusi (dal governo, n.) e perciò questo governo non ha poteri in tutto il territorio" (M. Tripalo, cit.).

    Sola via d'uscita: la ricomposizione del proletariato jugoslavo e internazionale

    Lo scenario jugoslavo sembrerebbe condannato ad ulteriori lacerazioni senza fine. Una rotta inarrestabile?

    Sì, se lo spazio di esso dovesse continuare ad esser occupato dalle forze borghesi (di cui poco c'importa quali siano quelle di aggressione e quali quelle aggredite), poiché nessuna l'autodeterminazione nazionale" è pensabile che non sia determinazione ad affittarsi o vendersi al capitale occidentale, passando per tutte le forche caudine da esso imposte.

    Ma il discorso cambia qualora entri in campo il proletariato.

    E proprio il proletariato è il soggetto prepotentemente evocato dall'attuale situazione in cui la Jugoslavia sta andando in pezzi, perché in ognuno di questi pezzi in cui s'è dissolta la realtà statuale titoista esso si trova confrontato al duplice giogo di "proprie" borghesie interne sempre più determinate a metterlo al torchio e delle borghesie "extranazionali" d'Occidente, effettive padrone delle rispettive economie (al di là delle differenze di grado tra servaggio esplicito ed invocato o "condizionato"). Difendere salario e diritti sindacali e politici significa per i diversi "spezzoni" del proletariato jugoslavo aggredire entrambi questi nodi, significa ricomporre sé stesso quale classe "e quindi partito", significa quanto meno ridarsi un quadro programmatico e di azione unitaria a scala pan-jugoslava. (Solo dei perfetti "estremisti senili", per non scendere agli "insulti", possono dissociare la lotta salariale dall'insieme di questi compiti e concepire una lotta proletaria "pura" confinata al solo fattore salariale).

    E' troppo presumere che ciò sarà? Com'è noto ai nostri lettori, noi non siamo di quelli adusi ad indorare la pillola. Le difficoltà estreme che a ciò si frappongono ci sono tutte note: l'eredità "popolare" e (pseudo) "socialista" del sistema titoista è stata progressivamente spesa, ed oggi ridotta a zero, trascinandosi dietro un proletariato jugoslavo intento a difenderla per sé in costante ritirata e, dinanzi all'attuale sua definitiva dissipazione, privo di una propria continuità storica cui riferirsi. Senonché, al venir meno delle "garanzie" precedentemente assicurate dal sistema "autogestionario" corrisponde un ingigantirsi di tutte le condizioni oggettive che spingono all'antagonismo di classe.

    Abbiamo già detto della manifestazione dei proletari sloveni dinanzi al Parlamento di Ljubljana. Ma che dire dei proletari croati costretti in massa alla disoccupazione o, per i "fortunati"!, al taglio di 1/3 dei salari per le "esigenze di guerra" (150/200.000 lire mensili!)? O degli stessi proletari serbi, cui si promette l' "integrità del popolo serbo" in cambio di ulteriori sacrifici secondo i dettami del FMI?

    Oltretutto, senza voler assolutamente generalizzare l'esempio di Fiume (a formare il cui proletariato concorrono lavoratori di 26 "etnie" diverse!), si può ben dire che il proletariato jugoslavo è "nazionalmente" assai mescolato. Come si traccerà una linea di divisione in esso per separare il croato dal serbo, il serbo dallo sloveno, etc.? Anche ammesso che, in un primo tempo, il ricatto del licenziamento abbia indotto il lavoratore croato a non opporsi alla discriminazione antiserba e magari a tirare un opportunistico respiro di sollievo per lo scampato pericolo curandosi meno dei costi pagati da "altri", il continuo peggioramento della situazione non può non indurre alla constatazione che o insieme ci si difende dall'attacco borghese o insieme si sarà costretti a subirne l'intollerabile peso. Già oggi i sindacati indipendenti croati sono sì costretti all'immobilità dal regime di Tudjman in attesa dell'occasione per potersi tornare ad esprimere, ma non ubbidiscono ad alcuna logica di esclusivismo nazionale.

    Sul piano più espressamente politico, d'altra parte, sono già comparse formazioni che si richiamano all'unità jugoslava ed al suo carattere socialista. Con gli occhi volti all'indietro? Sarà senz'altro vero (anche se non ci azzardiamo, oltre un certo limite, ad esprimere giudizi su una realtà che ci è insufficientemente nota di prima mano), ma l'affermazione dei due principi, di unità e di socialismo, resterebbero in ogni caso sintomatici di un'esigenza che, in questa situazione tumultuosamente in movimento, sarà portata ad affermarsi per forza di cose oltre i confini del passato, a parlare al futuro. (Per quanto attiene in particolare alla Lega Comunista-movimento per la Jugoslavia, si potrebbe parlare di " inconcludenza"[5], ma il suo richiamo alla fratellanza ed all'unità di classe è ben altra cosa che la marea di merda nazionalista che appesta il paese e deve semmai essere ricondotto alla sua estrema consequenzialità da un "vero movimento comunista". E non è differenza da nulla).

    Nel nostro volumetto dicevamo: guerra o non guerra, i nodi verranno al pettine quest'autunno-inverno quando si tratterà di fare i conti con un'economia allo sbando, incontrollabile da parte delle borghesie interne (specie laddove la furia di "apertura all'Europa" è andata più avanti, assai meno nelle regioni rinserratesi in una maggior "autarchia" difensiva) ed a cui non verrà certamente in soccorso l' "aiuto umanitario" occidentale.

    Ci si obietterà: ma voi rimandate sempre le questioni a tempi a venire e vi è facile colorarli di rosa. E' proprio così? Nient'affatto. Le premesse di una possibile riemergenza di classe esistono già al presente. Qualche "spia" del futuro l'abbiamo già indicata. Ma l'indicatore più promettente sta proprio nell'atteggiamento assunto dal proletariato dinanzi all'incubazione ed all'esplosione del conflitto "nazionale".

    Ai furori guerrieri delle borghesie nazional-scioviniste quasi in nessun caso è venuta in soccorso una mobilitazione da parte del proletariato. Nelle fabbriche trasformate in arsenali di guerra si sono dovuti installare gli scagnozzi nazionalisti per imporre l' "ordine"; segno evidentissimo che non esiste alcun "consiglio operaio" a farlo ed, anzi, c'è un pericolo contrario da esorcizzare.

    La combinazione guerra-stretta economica (coi consumi operai regrediti a quelli degli anni cinquanta ed anche più giù) non è tale da incoraggiare entusiasmi sciovinistici nel proletariato e non si vedono all'orizzonte "aristocrazie operaie" da usare come tramite di tale infezione nella massa. All'opposto, il sentimento corrente del proletariato è contro "coloro che ci mandano in rovina", contro "i politici" (basta far quattro chiacchiere con la gente comune per rendersene conto): non è tutto, certo, ma è un primo segno di un solco di classe destinato a farsi sempre più profondo[6].

    Che esso si liberi da incertezze e confusioni per ritrovare la propria strada dipende, come sempre, da una molteplicità di fattori, primo fra i quali l'azione di collegamento che si rende più che mai necessaria tra il proletariato di qui, delle metropoli, e quello jugoslavo.

    Quali voci dall'Occidente?

    E proprio qui, se vogliamo, sta il punto dolente.

    Un messaggio internazionalista di classe che partisse da qui in direzione del proletariato occidentale rivestirebbe, nella situazione presente, il valore di un detonatore possente.

    Così non è, disgraziatamente, o così non è al presente.

    Tralasciamo di considerare, ovviamente le posizioni delle forze che si pongono in maniera esplicita e confessa dalla parte del capitale. Non parliamo perciò delle benedizioni del Vaticano ai "fratelli cristiani" croati e sloveni armati contro i reprobi… cristiani (ma ortodossi) serbi. E tralasciamo il restante della scena politica borghese, da Fini a La Malfa, concordi nel sostenere un più deciso intervento nostro per i nostri vitali interessi balcanici (chi ha mai detto che quella del "posto al sole" fosse solo una mussolinata?).

    Parliamo, invece, delle forze "operaie". Parliamo del PDS, ad esempio, che incoraggia il secessionismo nazionalista con maggior realismo del re nella sua foga di legittimarsi quale forza politica che non ha nulla a che fare col "comunismo" ormai estinto (o resta qualcosa da estinguere?) ed aspira a diventare "classe di governo" bene intenta a promuovere più, e non meno, degli altri i "nostri" interessi nazionali nell'area, magari sotto il manto ipocrita della difesa della "comunità italiana" in Istria. Parliamo ancora dei sindacati che, sulla stessissima linea, si sono spinti a tentare di organizzare a Trieste manifestazioni operaie (andate deserte) di solidarietà con Slovenia e Croazia in quanto "partner democratici" da convogliare nel "libero Occidente" (così da far più larga la pignatta, con vantaggi "per tutti", quindi anche per noi proletari!). E parliamo ancora - e "persino"! - di "Rifondazione Comunista", che nella sua direzione non ha trovato di meglio che esprimersi in termini di "democrazia" e di "popolo", invitando sì ad evitare gli l'estremismi nazionalistici", ma senza saper indicare alcuna via d'uscita ad essi, avvalorando anzi il preteso "diritto all'autodecisione dei popoli" di cui comunque si riconosce la privativa ai Peterle ed ai Tudjman.

    E' vero che parlando di "Rifondazione" qualche distinguo va fatto. Una parte di essa non ha accettato l'impostazione della direzione o, peggio, quella del dirigente di nazionalità slovena S. Spetić (sonoramente schiaffeggiato in una lettera collettiva al "Manifesto" come nazionalista della più bell'acqua). Una parte della base poi, in un'istintiva repulsione nei confronti del lampante sciovinismo sloveno-croato, ha finito per "tifare" Milosević (solito vizio di chi si aspetta sempre un Baffone che addavenì…). In almeno un caso, infine, quello della Federazione di Gorizia - comprendente una base operaia sperimentata e non immemore della storia -, ci siamo potuti imbattere in dichiarazioni abbastanza prossime all'impostazione marxista. Non ignoriamo queste differenze e ci preme, anzi, che non vadano dispersi i segni di una risposta di classe, quando ove e comunque si manifesti. Ma quello che diciamo a questi compagni è: se il vostro distinguo vuole avere un valore, non sarà mai troppo tardi spezzare il vincolo delle consultazioni e dei voti sugli Opposti "pareri" in nome di una fittizia disciplina che dovrebbe tener uniti tutti e tutto; non sarà mai troppo tardi impostare un'azione specifica di classe, qui ed in direzione del proletariato jugoslavo, che dia consequenzialità a quanto s'è avuto il coraggio di esprimere. Qui non si scontrano "pareri"; qui si imbracciano fucili e si scontrano le classi. Da questo fronte non è lecito sottrarsi. Ognuno al suo posto!

    In un fondo sul "Manifesto" del 17 settembre, V. Parlato, che proprio un rivoluzionario non è, toccava - pur non partendo e pur non arrivando da e ad alcuna prospettiva di classe - il punto centrale della questione: questa non è principalmente una guerra jugoslava, ma, a tutti gli effetti, una guerra nostra; non sono in gioco "risse balcaniche", ma risse europee. La conclusione del fondo diciamo pure che è "bellissima" e merita che noi la riprendiamo.

    "Se i civili europei garantissero veramente (prendiamo il "se" come retorico, negativo, n.) di rispettare le autonomie dei popoli della ex-Jugoslavia, sarebbe più facile trovare la pace tra serbi e croati. i pacifisti che ci sono - non debbono andare in Jugoslavia, ma debbono protestare sotto i palazzi di Londra, Berlino, Roma e Parigi. I veri responsabili sono là dentro".

    Traduciamo in termini nostri, condividendo toto corde la chiusa: è qui che bisogna recidere le unghie all'imperialismo, è da qui che il proletariato deve far sentire la sua non pacifista voce, nelle fabbriche e sulle piazze, è da qui che esso deve trasmettere il suo messaggio di lotta ai proletari jugoslavi divisi dall'imperialismo occidentale e dai quisling locali in "popolo" contrapposti tra loro. Questo l'imperativo cui richiamiamo i compagni, tutti i compagni, intendendo con ciò non solo quelli "targati" OCI, ma coloro - "che ci sono" che sentono il proprio dovere di classe ed intendono tradurre questo loro sentimento in pratica di lotta effettiva.

    Discutiamone pure. E lavoriamo, compagni!


    Note

    [1] Facciamo una doverosa eccezione per "il Manifesto", che sulla questione ha costantemente un'informazione "pluralista e democratica", che, quanto meno, ha permesso al lettore attento di intravvedere la sostanza di essa. Sarebbe vano chiedere di più a questo giornale, ma tanto basta a distinguerlo dal coro unanime dei propagandisti dei "nostri doveri" (leggi: interessi) "dernocratici" (leggi: imperialisti).

    [2] "Ironicamente qualcuno ha commentato che sarebbe auspicabile ora un intervento dell'Armata perché, almeno in quel caso, la repubblica (slovena, n.) potrebbe trovare una giustificazione per una secessione immediata ed unilaterale". ("Panorama" di Fiume, 16-30/6/91). Nulla di "ironico": il disegno dei nazionalisti sloveni prima, croati poi, è stato esattamente quello di provocare a questo fine tale intervento. il tutto accuratamente concordato con i "garanti" esteri.

    [3] Ci sia concessa una testimonianza diretta. Un militare ci ha detto: "Se ci fosse Tito ad ordinarci di sparare, lo faremmo. Così no." Che voleva dire? Che i fucili proletari esigerebbero per sparare un programma unitario effettivo, e cioè un programma sociale. Il programma che oggi manca, così che il (non contestabile) ruolo di "garante democratico" dell'APJ nel conflitto in corso non può approdare a nulla di positivo, né per il proletariato né per i "popoli".

    [4] In accordo coi propri interessi imperialistici, il governo italiano (contestato "da sinistra" da verdi e querciaioli) sta procedendo con i piedi di piombo per quel che riguarda un troppo affrettato e non garantito riconoscimento della sovranità slovena e croata e, intanto, si dà da fare per mettere in piedi un'autonomia regionale  o, magari, statale dell'Istria, forte del fatto che 1/3 della sua popolazione, nel recente censimento, si è dichiarata né slovena né croata, ma di nazionalità (!) "istriana" e che la comunità italiana ivi residente (meno di 30.000 persone) va mantenuta unita e tutelata, ovvero usata come testa di ponte della penetrazione in tutta la Jugoslavia dei nostri capitali.

    Che la cosa piaccia poco a Tudjman è scontato. Sulla stampa nazionalista croata De Michelis e Craxi appaiono dipinti come "filo serbi" o poco meno ed alla comunità degli italiani è già stato fatto paventare un "secondo esodo" (ottenendo come primo risultato di trasformare la stampa croata e slovena in lingua italiana in campione di sciovinismo nazionalista a dimostrazione del proprio lealismo, ma anche di rendere più intensi i traffici tra "comunità degli italiani" e governo nostrano per ottenere da quest'ultimo precise garanzie per una futura "autonomia").

    [5] A verifica dei nostri sospetti, troviamo in "Politika" (di Belgrado) del 13/6/91 un sunto delle posizioni della Lega in cui si prospetta un fronte popolare tra "tutti i cittadini di buona volontà" "senza distinzione di ideologie" (e di classe?), oltretutto con una logica molto interna, quasi che la "questione jugoslava", già oggi pienamente internazionalizzata, possa trovare soluzione al chiuso dei vecchi confini della Federativa.

    [6] Torneremo in altra sede sul quadro economico-sociale in Slovenia e Croazia a dimostrazione di come le classi dirigenti di questi paesi si siano scavate con le proprie mani il solco di classe di cui sopra che le divide e le contrappone visibilmente al "proprio" proletariato: il "blocco sociale" che sostiene il nazionalismo non è, né potrebbe essere, "popolare", ma ferocemente antiproletario. E le conseguenze si vedranno.