Albania

Scheda

Com'era verde l'Albania 
prima del "socialismo"!


E vediamolo il "disastro" prodotto dal "socialismo" di E. Hoxa. Vediamo da quali picchi di sviluppo economico l'Albania è stata fatta "precipitare".

Quando alla fine della 2a guerra mondiale conquistò l'indipendenza politica, l'Albania era un paese arretratissimo. Oltre il 90% della popolazione - un milione di abitanti - viveva nelle campagne, dove dominavano il feudalesimo e il tribalismo. Sette famiglie detenevano il 3,7% delle terre coltivabili (2.080 ha. a testa in media), 4.713famiglie (con 19 ha. in media a testa) il 23,1 %, 128.960 famiglie (con un i ha. in media ciascuna) il 60,4%; 21.500 famiglie non possedevano niente e lavoravano in cambio di una rendita in prodotti (da 113 a 112) le terre dei latifondisti.

Le masse rurali che lavoravano la terra e lo conducevano la pastorizia con metodi primitivi (lo strumento più "moderno " era l'aratro a chiodo), vivevano in condizioni bestiali.

Il paese era pressoché sprovvisto di acquedotti, linee elettriche e fognature. Ferrovie neanche a parlarne. Le strade, perla gran parte mulattiere. Le pianure costiere erano invase da paludi malariche per più di 100. 000 ha. (un quarto delle terre coltivate).

Qualche modesto impianto per l'estrazione del petrolio e un paio di fabbriche di sigari e sigarette - gli uni e le altre in mano al capitali e italiano - rappresentavano tutta l'industria del paese (3,9% del PNL). 13.000 operai che vi lavoravano, privi di ogni diritto politico e sindacale, erano torchiati per 12114 ore al giorno.

Nel 1957 un giovane albanese raccontava: "Papà faceva il muratore. Diceva sempre che gli italiani erano molto cattivi, stupidi, feroci, trattavano gli albanesi come bestie. Esigevano che lavorassero dieci, dodici ore al giorno, e non li pagavano… Un giorno tornò a casa… con una ferita sulla testa e il volto zeppo di frustate. Una maschera di sangue. Quelli di Mussolini e di Jacomoni ci hanno bastonati, disse, perché protestavamo per via dei calci e delle paghe infime, degli orari insopportabili" (testimonianza raccolta in A. Tondi, L'Albania e i problemi del socialismo, Editrice Italeb, Roma 195 7).

Il tasso di analfabetismo era dell'85-90% (94-95% tra le donne), 100 e 890 rispettivamente i medici e i posti-letto disponibili (.. per gli eletti).

Un numero per tutti dà l'idea dell' "Eldorado" mandato in "rovina" dal "comunismo": 38. Era la vita media in Albania alla vigilia della 2a guerra mondiale.

La "fioritura" di questa "civiltà" aveva avuto un contributo essenziale dall'opera dell'imperialismo italiano, che, col nuovo secolo, in conseguenza dell'importanza strategica che veniva rivestendo l'Albania ai fini del controllo dell'Adriatico e della penetrazione nei Balcani, aveva inserito il piccolo paese nel suo "spazio vitale", stabilendovi il suo dominio semi-coloniale e poi coloniale tout court.

Sul piano militare l'Italia occupò l'Albania il 7 aprile 1939. Il 13 aprile Mussolini dichiarò al Gran Consiglio fascista: "L'Albania è la Boemia dei Balcani… Chi ha in mano l'Albania ha in mano la regione balcanica". Vero o meno, quel dì, se non altro, non si nascondevano democraticamente le intenzioni. L'opera italiana era, però, antecedente al '39.

Negli anni '20 "gli italiani fondarono una Banca Nazionale Albanese mettendosi così in condizione di controllare le finanze del paese; costituirono molte società per azioni con il risultato di dominare i diversi rami dell'economia albanese e di monopolizzare il settore estrattivo… ; e furono infine i consiglieri militari del paese… stato di dipendenza dell'Albania trovò espressione formale nei cosiddetti Patti di Tirana (novembre 1927)" (da J. W. Boreisza, Il fascismo e l'Europa Orientale, Laterza, Bari, 1981). £ da notare che, in seguito al trattato, Zogu si incoronò "re degli albanesi" (e non dell'Albania), e "da quel momento gli italiani poterono sfruttare l'irredentismo albanese per esercitare pressioni sulla Jugoslavia " (ib.).

"Al 1938 i loro investimenti in loco ammontavano a 280 milioni di franchi oro, a fronte di un bilancio statale che a malapena raggiungeva i 28 milioni di franchi oro" (ib.).

L'opera "munifica " della finanza e dello Stato italiani si distinse per la razzia delle risorse disponibili (ad es. le Ferrovie dello Stato rasero al suolo le foreste del Mali per farne traversine), per il sostegno alle classi feudali, per l'allevamento di un invertebrato ceto comprador e il blocco di ogni minima attività industriale autoctona (venne vietala la costruzione di fabbriche tessili e imposto l'obbligo di importare prodotti italiani).

Fu la lotta nazional-rivoluzionaria, condotta dalle masse contadine e dai ristretti nuclei di operai contro gli sfruttatori, sia stranieri che interni, a spazzare via questo "Eldorado", a buttare a mare latifondi, servitù e tribalismo, e creare così le premesse per la costruzione à la Staline di un moderno capitalismo.

In un paese devastato da un capo all'altro dalla guerra, la produzione industriale e agricola raggiunse già nel 1946 il livello del 1938. Tra il '49 e il '69 la produzione industriale aumentò di 59 volte, arrivando a costituire il 60% del PNL. Vennero installate miniere di carbone, di cromo, di ferro-nickel, impianti per l'estrazione e la lavorazione del petrolio, complessi siderurgici, fabbriche tessili e alimentari. La rete ferroviaria (il cui primo tronco fu varato nel '47) è arrivata a contare 215 km; l'energia elettrica prodotta nel paese (che nel '38 era di appena 2 milioni di kwh) è giunta a 4 miliardi di kwh, grazie all'entrata in funzione di un centinaio di centrali idroelettriche, di alcuni complessi termoelettrici e di un reticolato di linee di distribuzione di oltre 2.500 km.

Parallelamente la popolazione urbana è cresciuta dal 10 al 40% di quella complessiva, con la formazione di una moderna classe operaia (350 mila unità - il 19% degli occupati -, di cui la metà donne).

Alla fine degli anni '70, l'attività agricola, che ha visto raddoppiare la superficie coltivabile grazie al prosciugamento delle paludi, è condotta da 2. 000 cooperative "colcosiane" e una quarantina di aziende di Stato; esse dispongono di 10.500 trattori (nel '38 in tutto il paese ce n'erano30!) e di175 kg di concime per ha. Segno che la coltivazione qualche passo in avanti l' ha fatto, o no?

Nel frattempo l'analfabetismo è crollato a zero; dalla babele di dialetti esistenti nel '38 si è quasi giunti all'unificazione linguistica; il numero degli studenti è salito da 2.600 (1938) a 540 mila. Il numero dei medici e dei posti-letto rispettivamente a 14.700 e 150.030 (su una popolazione di 3 milioni di abitanti).

Nel 1983 la vita media è di 70,4 anni!!!

E allora, fetenti pennivendoli de "Il Sole-24 ore", vogliamo dirlo qual è "il regime che è riuscito brillantemente a far regredire la società ad uno stato primordiale", al "massimo livello del sottosviluppo", "al medio-evo "? Ebbene, è proprio quel "regime" ad assoluto dominio imperialista, il mercato mondiale, che secondo gli agit-prop del capitale dovrebbe assicurare all'Albania prosperità e benessere.

Se in Albania è cominciata una fase di regresso, ciò si è dato non per causa di un ivi inesistente "comunismo", ma perché tale supposto "comunismo" (il "socialismo albanese") è venuto ad un dato momento ad impattare direttamente con l'imperialismo, essendo rimasto privo della "barriera protettiva" costituita dai cosiddetti paesi socialisti. Fino al 1989, infatti, l'integrazione con le economie degli altri paesi dell'Est e (prima) con la Cina aveva in qualche modo salvaguardato l'Albania dall'abbraccio asfissiante dell'imperialismo, consentendole uno sviluppo (capitalistico) entro spazi e con modalità più congeniali ad un piccolo paese ultra-arretrato.

Il crollo del "socialismo reale" ed il sostanziale disinteresse della Cina di Deng a preservare un proprio "avamposto" in Europa hanno tolto ogni difesa da quell'abbraccio. Costretta a mutare repentinamente i mercati di riferimento, la fragilissima economia albanese si è trovata completamente esposta a forze e livelli di concorrenza per essa sconosciuti ed insostenibili: per non esserne schiacciata, per salvaguardare il suo capitalismo, avrebbe avuto bisogno - e in tempo ristrettissimo - di una quantità di mezzi produttivi e finanziari ad essa inaccessibili.

Per l'Occidente e per l'Italia in particolare, che mai avevano smesso di esercitare ogni tipo di pressione per la "riconquista" della "Boemia dei Balcani", è stato un gioco da ragazzi, quando si è verificato lo sgretolamento del "blocco dell'Est", annettersi l'Albania, per dir così dall'interno, per mezzo di una "libera" (in realtà forzosa) e precipitosa apertura al mercato mondiale, ossia ai capitali ed agli stati occidentali.

Il 31 luglio del '90 il governo albanese firma due decreti per la protezione degli investimenti stranieri e per la costituzione di imprese con capitale straniero in Albania. Il rifornimento in materie prime e in macchinari dipende con velocità crescente dal mercato e dai prestiti occidentali.

Alla fine del '90 i primi segni di un'economia in disfacimento: -13%o del PNL, impennata del debito estero a 350 milioni di dollari e del tasso di disoccupazione al 10%. Nei sei mesi successivi il collasso: la produzione industriale diminuisce della metà, l'interscambio con l'estero crolla del 70%, mancano pezzi di ricambio e materie prime: "per la prima volta nei negozi c'è una drammatica penuria di beni di consumo, anche quelli più necessari" (Il Corriere della Sera, 14/8/91); infine la fame, in un paese che aveva raggiunto l'autosufficienza alimentare e che è. costretto a esportare frutta e ortaggi per ricavare un po' di divisa forte

Tutta questa realtà è completamente occultata nell'inserto Albania allegato a l'Unità del 21.9.91. Il problema storico del paese, l'arretratezza economica e il sottosviluppo, viene addebitato, dal quotidiano del PDS, scava scava, non già a cause esterne, bensì a fattori interni, e precisamente alla "conversione di massa all'Islam, fra XVI e XVII secolo", che avrebbe impedito la formazione nel paese di una classe dirigente moderna, realista, capace di ben gestire gli aiuti, i finanziamenti e le opportunità di progresso offerte nel XX secolo dal mercato mondiale. Il fardello del "dispotismo asiatico", col suo pendant di "parassitismo", avrebbe ipotecato il "decollo economico" dell'Albania sia durante il regime di Zog, sia nel secondo dopoguerra, quando assunse la veste dell'ossessiva "fobia per lo straniero e per l'imperialismo" del gruppo dirigente hoxiano.

Sullo sfondo di questa continuità che avrebbe "segnato le sorti di lungo periodo del popolo albanese" non solo sparisce la rottura storica rappresentata dalla rivoluzione popolar-borghese diretta da Hoxa, ma viene in un certo qual modo rivalutata l'opera del fascismo, cosicché mentre si giudicano "irrilevanti", "inutili" e non degni di essere riportati i dati dello sviluppo economico e sociale relativi all'Albania "socialista", si elencano le cifre del "progresso" permesso dall'intervento fascista!

Il lettore dell'inserto emerge da questa "dotta" immersione storica, che non manca di fornire notizie dettagliate sull'origine del nome Albania, con la "lucida" convinzione che c'è una sola via per la "salvezza" del paese: l'esportazione in Albania della democrazia e degli aiuti made in Italy.

L'Italia è stata ed è in prima fila nella penetrazione, nel soggiogamento e nello spappolamento dell'Albania.

L'interscambio (tecnologie italiane contro materie prime albanesi) avviato da tempo (il primo accordo commerciale è del '57) e cresciuto proprio durante 1' "età autarchica" fino al 4,7% del volume d'affari albanese con l'estero, grazie all'attivazione della linea commerciale Durazzo-Trieste, era valso a far crescere la dipendenza dell'economia albanese dall'Occidente.

Il boom di queste relazioni commerciali (l'interscambio con l'Italia arriva quasi al 10% di quello totale) e dei prestiti italiani nell'89 - e soprattutto dopo i decreti di luglio -; gli input "telecomandati" ai democratici studenti di Tirana, sono stati l'artiglieria con cui Roma ha aperto la breccia per ottenere il pattugliamento delle coste albanesi e l'invio di 747 militari nei porti di Durazzo e di Valona.

La vecchia potenza coloniale torna così a ri-occupare "pacificamente" l'antica "quinta sponda". Per il momento le truppe son lì a "distribuire viveri e medicinali" ma ricordiamoci che sono nella "Boemia dei Balcani" e che i Balcani da un po' di tempo...

Intanto, mentre inizia l'invio di aiuti economici (e chissà che elisir di vita infonderanno all'economia albanese!), il governo italiano comunica a quello di Tirana che la sua prima attenzione dovrà essere quella di far cessare gli scioperi e di far ritornare "alla calma" i lavoratori…