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dal mondo

NON C’E’ PACE PER I PALESTINESI. E NEANCHE PER ISRAELE.

Gli ultimi accadimenti in Palestina-Libano (bombardamenti su Beirut, strage di Cana, blocco totale di Gaza e Cisgiordania, etc.) si fanno beffe ancora una volta della distinzione tra "falchi" e "colombe" d’Israele. L’"uomo-pace" Peres, come lo chiama la donna-belva de L’Unità, M. Emiliani, ed il suo schieramento hanno dato la prova (e credano gli allocchi che l’han data solo a fini elettorali) di esser pronti, in caso di necessità, a scavalcare a destra lo stesso Likud.

La faccenda, ovviamente, è non "morale", ma politica, e rimanda agli interessi di classe in gioco. Nell’ambito dell’ordine imperialista non c’è spazio per la soluzione della questione palestinese. La "pace" Clinton-Rabin-Arafat è una pace strangolatoria per le masse oppresse palestinesi. Ne prevede la riduzione permamente a pariah del Medio-Oriente. Ne fa un "popolo di seconda o terza serie", senza stato e senza diritti, in tutto e per tutto dipendente da Israele. Da quella "pace" possono scaturire per esse solo nuova povertà e nuova repressione.

Dunque, perché sorprendersi per il sanguinario cinismo dei dirigenti "pacifisti" di Tel Aviv, per le nuove capitolazioni della "autorità nazionale palestinese" o per la copertura accordata ad Israele dai padrini-USA?

Sorprendente piuttosto, in positivo, è che, nonostante l’isolamento in cui si trovano i palestinesi, l’ennesima aggressione israeliana sia finita in un completo fallimento, sia sul piano militare che su quello politico. Sotto il primo aspetto, è indicativo che i comandi dell’esercito (evidentemente un esercito che non è più troppo sicuro di sé) si siano rifiutati categoricamente di svolgere operazioni di terra in Libano, affidandosi interamente a marina, aviazione e artiglieria. Con esiti pratici inefficaci: l’unico bersaglio centrato in pieno (intenzionalmente!, lo dice anche l’ONU, e tanto basta), il campo di Cana, s’è trasformato addirittura, per Israele, in un boomerang. E questo insuccesso politico è tanto più indicativo se si tien conto che delle forze di opposizione a Israele, Hamas vive forti contraddizioni interne e gli Hezbollah non stanno molto meglio. Eppure, il bisogno delle masse palestinesi, libanesi ed arabe di una risposta forte, militante, unitaria a Israele e all’Occidente si è violentemente riacceso, come un fuoco mai spento.

E’ un bisogno talmente vivo che i governanti europei hanno tentato, nell’occasione, di farsene interlocutori (con una certa presa di distanze da Washington) senza però aver nulla da proporre e da dare. Anche per essi gli accordi firmati sono intangibili; i palestinesi "non possono pretendere la luna"; ed il primo nemico da battere è il "terrorismo", ovvero: l’insorgenza degli sfruttati arabo-islamici. No, i palestinesi che di tale insorgenza sono stati e sono una delle punte più "fastidiose", non avranno pace né dall’imperialismo né da Israele, che sono strutturalmente impossibilitati a rispondere alle loro aspirazioni e aspettative con altri mezzi che la guerra e lo stato di assedio permanente. E un Arafat e la sua piccola corte di banchieri, affaristi-pirati, capi-clan e ufficiali-aguzzini del loro stesso "sangue" che invece ripongono tutte le proprie speranze proprio nell’Occidente e nella parte "più responsabile" dei governanti di Israele, non potranno non catalizzare su di sé la disillusione, la rabbia, l’odio degli sfruttati, anche di quelli che all’OLP accordarono la loro fiducia.

Ma non può esserci pace, questo è certo, neppure per lo stato di Israele, chiunque sia alla sua direzione, per quanto sconfinatamente vili si mostrino le borghesie arabe. E non soltanto perché la sua politica ne ha fatto il bersaglio obbligato della lotta delle masse sfruttate arabo-islamiche. Ma anche perché nel seno della società israeliana si sono accumulati esplosivi contrasti.

Alla lunga il militarismo corrode una società e la depaupera. Nel caso israeliano, vanno oggi sommandosi gli effetti di un militarismo pluridecennale e quelli della sua necessaria inserzione quale paese "normale" nell’economia mondializzata, senza poter godere più oltre degli eccezionali favori e finanziamenti a fondo perduto dei suoi primi 50 anni. Il risultato di questa combinazione l’ha ben descritto Le Monde Diplomatique di maggio ’96, che parla giustamente di una società che sempre più si avvicina, nelle sue spettacolari diseguaglianze sociali, a quella saudita, e sempre più si allontana dagli ideali egualitari del "sionismo socialista". Il 18% della popolazione, il 24% dei nuovi immigrati, il 25% degli anziani, il 38% degli arabi-israliani vive già oggi al di sotto della soglia della povertà. E l’importazione massiccia di forza-lavoro non ebrea per sostituire i palestinesi espulsi sta portando ad un continuo abbassamento del livello medio dei salari degli occupati ebrei. Di più: ecco venire in primo piano nuove contraddizioni "inter-etniche" che s’aggiungono a quelle mai risolte tra sefarditi e ashkenazi, e tra ebrei e cittadini arabo-israeliani (che si sentono sempre più emarginati). Ecco gli ebrei etiopi (falascia) accusare il "loro" stato di razzismo, quelli russi accusarlo di discriminazione, a loro volta bollati dalla "opinione pubblica" come dei fannulloni abituati al panciafichismo "comunista". Nella società crescono per l’intanto, con le fratture etniche, l’integralismo religioso, la violenza comune e quella politica, la prostituzione, la malavita, etc. Il tessuto sociale, politico e "spirituale" di Israele va insieme polarizzandosi e decomponendosi. Se lo stato-caserma non poteva certo rappresentare una soluzione della "questione ebraica", tanto meno potrà esserlo lo stato di tipo "asiatico" (sul modello di Hong Kong, Singapore, etc.) preconizzato da Peres e soci che per sua natura dovrà penalizzare, e già lo sta facendo, una parte dei suoi cittadini al fine di accrescere la propria competitività...

Il capitalismo e l’imperialismo, incapaci di risolvere la "questione palestinese", si rivelano incapaci -lo sosteniamo da tempo- anche di risolvere la "questione ebraica". Nel cui ambito sta di nuovo per riemergere -finalmente!-, pur tra mille difficoltà, una "questione sociale": ossia la verità, il dato di fatto elementare che anche questa società è divisa in classi con interessi non solo diversi, ma inconciliabili. Se negli anni ’60, anche questo ricorda Le Monde Diplomatique e gliene vada merito, la lotta dei palestinesi e i contrasti di classe in Israele fecero apparire le "Pantere nere", non mancheranno "interessanti novità" neppure negli anni a venire. Tutt’altro.

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