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L'AMERICA PROLETARIA, BIANCA E NERA, E' IN CAMMINO

Indice

  • Inizia la Marcha dei Latinos
  • Lotte operaie
  • Neri
  • Elezioni
  • Ancora segnali positivi dal proletariato americano. I latinos scendono in campo con una manifestazione in risposta alla stretta anti-immigrati del governo e all’imperversante campagna razzista; dopo le lotte alla Ford e alla Chrysler è la volta degli operai della General Motors canadese che stanno scioperando per la difesa dei posti di lavoro messi a rischio dalla globalizzazione dei mercati; prosegue -dalla ribellione nei ghetti alla mobilitazione contro la Proposition 209- la riattivizzazione e la riorganizzazione del proletariato nero. Un unico filo lega questi fatti: la risposta del proletariato a un’offensiva capitalistica (il recente risultato elettorale certo non la attenua, ma è in piena continuità con essa) che non risparmia nessun settore. Queste lotte delineano un quadro di ripresa - con importanti segnali di ricomposizione - che da qui occorre saper vedere, cui occorre sapersi ricollegare.

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    Inizia la Marcha dei Latinos

    Il 12 ottobre scorso hanno manifestato a Washington più di centomila latinos, gli immigrati di lingua spagnola che ormai rappresentano una parte consistente e in continua crescita del proletariato nordamericano (25 milioni, con punte del 25% del totale della popolazione in Texas e California). Lavoratori, giovani, donne, militanti sindacali sono stati il cuore della mobilitazione, seguita a un notevolissimo sforzo da parte del comitato organizzatore Coordinadora ‘96. E’ la prima volta in assoluto che gli ispanici immigrati negli Usa si organizzano a livello nazionale per una marcia di protesta a difesa della propria condizione. Un primo impulso era venuto due anni fa con la manifestazione di Los Angeles, insieme agli altri settori, in risposta alla mobilitazione anti-immigrati in occasione del referendum in California sulla Proposition 187 (contro l’assistenza sanitaria e il diritto allo studio per gli immigrati illegali).

    Da allora le campagne e il clima anti-immigrati sono montati senza tregua. In California -in contemporanea con la vittoria elettorale del liberal Clinton- è stata approvata la Proposition 209 contro le "azioni positive" a tutela delle minoranze (neri, immigrati, donne). Cresce il movimento contro l’uso ufficiale della lingua spagnola di cui è portavoce Gingrich (con il suo programma di "assimilazione forzata" del "nemico interno" per la salvezza della "civilizzazione americana"). Il candidato alla nomination repubblicana Pat Buchanan ha proposto di schierare l’esercito lungo la frontiera col Messico per impedire l’afflusso dei chicanos. Per non parlare della rapida diffusione del fenomeno delle milizie armate bianche. D’altra parte lo stesso Congresso ha da poco approvato, con l’assenso di Clinton, una legge che prevede l’inasprimento delle modalità d’ingresso nel paese e delle pene per gli irregolari, più fondi per rimpolpare la guardia di confine e costruire vere e proprie barriere lungo la frontiera. Senza dimenticare che la recente "riforma" clintoniana del welfare va a intaccare pesantemente soprattutto gli immigrati, quelli regolarizzati inclusi, e comunque le fasce più povere e precarie di proletariato, nelle quali sono compresi il 25% dei latinos.

    Un attacco concentrico -non indirizzato ai soli immigrati latinos, ma che è andato duramente approfondendosi - che ha dato una spinta decisiva al processo di organizzazione di questo settore. La marcha su Washington ne è stata un primo passo, la riprova che, come ha detto un oratore, "il gigante si è svegliato". Il proletariato latinos, che ha già dimostrato di sapersi muovere sul terreno sindacale (v. precedente numero del Che Fare), inizia ora a farlo su quello di una scesa in campo più complessiva. Ha un significato non solo simbolico che la manifestazione sia partita dal parco dedicato a Malcom X e, più in generale, che il richiamo alla grandiosa mobilitazione di un anno fa dei neri come segnale della necessità di organizzarsi e lottare in proprio era ben presente ai partecipanti. La piattaforma rivendicativa della manifestazione conteneva inoltre una serie di richieste concrete concernenti l’insieme della condizione dei proletari immigrati: l’espansione dell’assistenza sanitaria, il mantenimento delle "azioni positive", l’istruzione gratuita per tutti gli immigrati, il riconoscimento di pari diritti, un salario minimo orario di sette dollari uguale per tutti. Ma non si fermava a ciò, avanzando la rivendicazione politica di un’amnistia generale per tutti gli "illegali".

    Questa mobilitazione -per le caratteristiche organizzative, la composizione prevalentemente proletaria, la stessa piattaforma rivendicativa- è il chiaro risvolto del processo di attivizzazione e riorganizzazione dei latinos. E’ frutto di questo processo, e a sua volta non può che impulsarlo. ("Questa marcia è fondamentale perché impariamo a organizzarci, a unirci, a farci sentire": così un altro oratore). E lo fa indicando l’esigenza di una scesa in campo generale su questioni che toccano tutto il proletariato e che solo da lui possono essere risolte sulla base di un proprio, autonomo programma politico.

    Altro che movimento a caratterizzazione "etnica" che avanzerebbe una richiesta limitata di accesso alle "pari opportunità" della società americana, come lo presenta l’Unità. La crescente polarizzazione economica e sociale manda all’aria ogni illusione di possibile e pacifica "integrazione" delle minoranze. In questo quadro i segnali in arrivo indicano chiaramente che ci si sta muovendo in direzione di una mobilitazione di classe con una potenziale richiesta politica che non potrà in prospettiva essere soddisfatta dalle attuali direzioni e men che meno trova, già oggi, una borghesia yankee disposta a tollerarle. Tanto più se -com’è nelle cose e in parte già nell’azione dei proletari latinos- ci si saprà ricollegare alla più ampia rimessa in moto dell’insieme del proletariato nordamericano, compresa quella classe operaia bianca i cui "privilegi" diventano ogni giorno di più un pallido ricordo.

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    Lotte operaie

    Iniziato il due ottobre scorso ed estesosi a tutti e otto gli stabilimenti, lo sciopero dei 26 mila lavoratori del sindacato dell’auto (Uaw) alla General Motors canadese rischia di bloccare l’intera produzione della multinazionale, compresi gli stabilimenti Usa. Al centro dello scontro la pratica dell’outsourcing, l’appalto delle produzioni a imprese minori con salari più bassi e condizioni di lavoro peggiori, che minaccia migliaia di posti di lavoro. A ciò si aggiunge la rabbia degli operai per l’aumento continuo dei ritmi di lavoro, gli straordinari, lo stravolgimento dei turni. "Vogliono sempre di più e siamo arrivati al punto che abbiamo detto basta" (un sindacalista a Liberazione). Del resto già l’operaio canadese guadagna quasi il 30% in meno del collega americano con una produttività superiore del 15% - ciò che ha favorito il trasferimento massiccio delle produzioni e della componentistica dagli Usa in Canada, oltre tutto finora non toccato quasi dalla conflittualità operaia. A loro volta le ditte appaltatrici -oltre la metà della produzione canadese dei tre colossi americani dell’auto- pagano fino a un quarto del salario contrattuale delle grandi aziende.

    Questa lotta non è un caso isolato. Negli stabilimenti di Dayton (Usa) del gruppo, la scorsa primavera, gli operai sono scesi in lotta contro il taglio di posti di lavoro. Recentemente alla Chrysler e alla Ford, in occasione delle vertenze contrattuali di gruppo, il sindacato è riuscito a strappare degli accordi che stoppano per tre anni il taglio all’occupazione e "impegnano" l’azienda a rimpiazzare con nuove assunzioni le dimissioni e i pensionamenti (anche se ha accettato livelli retributivi più bassi per i neo-assunti).

    I lavoratori canadesi della GM si trovano dunque a dover fronteggiare il medesimo attacco cui sono sottoposti gli operai di altre aziende, automobilistiche e non, in un quadro -incerto e confuso quanto si vuole- di inizio di riattivizzazione della classe operaia sindacalizzata. Non solo. Si trovano ad affrontare il medesimo nodo: vale a dire o riprendere in mano l’arma della lotta, rompendo con la subordinazione alle esigenze di competitività dell’azienda, e riannodare i fili di una battaglia unitaria (a partire dalla difesa della propria condizione, certo, ma capaci di costruire un più ampio fronte proletario) oppure essere soffocati dalla spirale al ribasso (e senza fine) della concorrenza sfrenata tra lavoratori. Il Sole -24 Ore (attento a quanto si agita nella classe operaia d’oltre-oceano più di tanta sinistra) coglie nel segno: queste lotte -commenta- bloccano lo smantellamento del potere contrattuale del sindacato e rivendicano la job security senza comprendere (che scandalo!) la "logica della globalizzazione". Noi pensiamo che il proletariato nordamericano inizi a "comprendere" la globalizzazione, nell’unico modo a esso consono: lottando contro i suoi effetti e, per questo, tentando di estendere e unificare la propria battaglia.

    Al momento non sappiamo se sulla spinta della base (e della durezza dell’attacco) si sia arrivati a mettere in pratica la minaccia di estendere lo sciopero a tutti gli stabilimenti GM, ma, per intanto, registriamo all’attivo della classe operaia nordamericana il fatto che, a ogni scontro importante, essa va facendo dei passi avanti, sulla via del superamento -quanto mai difficile stante l’assai basso punto di ripartenza dell’antagonismo di classe- dell’aziendalismo corporativo e dello scarso grado di unità che da decenni la caratterizzano.

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    Neri

    Fine ottobre: a St. Petersburg, Florida, in seguito all’uccisione di un nero da parte di un poliziotto scoppia una rivolta nel ghetto nero, nonostante l’invito alla calma dei capi della "comunità". Gli scontri si riaccendono dopo l’assoluzione del poliziotto bianco pochi giorni dopo. La clintoniana l’Unità commenta: "Un morto ammazzato dalla polizia o una giuria bianca che assolve l’agente assassino in America sono cronaca quotidiana".

    Metà ottobre: a New York ha luogo, organizzata da Nation of Islam, una manifestazione (presenti non solo i neri) per l’anniversario della Marcia del milione di uomini che un anno fa diede il segno del processo di rimessa in moto del proletariato nero, e per questa precisa ragione -indigesta a chi si acconcia alle delizie di questo marcio sistema sociale- fu anche da sinistra attaccata e tacciata di razzismo, anti-femminismo, anti-semitismo, ecc. Il sindaco di New York -città famosa per la Borsa più...multietnica del mondo, giù a Wall Street- ha "censurato" la manifestazione dei neri perchè "semina odio, provoca lacerazioni nella società, incita allo scontro".

    Ancora in ottobre: a conclusione di una serie di mobilitazioni in tutta la California contro la Proposition 209, un’imponente massa di donne, ispanici, neri si è data l’appuntamento a Los Angeles davanti al palazzo di giustizia (da cui escono i verdetti "imparziali" sul tipo di quello che scatenò la rivolta di quattro anni fa). Dalla manifestazione emerge un messaggio chiaro di lotta contro un’offensiva che colpisce non la singola "minoranza", ma l’insieme degli sfruttati. Per questo sempre più avrà il fiato corto chi -come l’ultramoderato reverendo Jessie Jackson- ha preteso e cercato di piegare la mobilitazione di neri e immigrati all’appoggio ai democratici (Clinton, peraltro, durante la campagna elettorale mai si è pronunciato contro l’iniziativa referendaria californiana).

    Sono, questi, alcuni esempi - diversi tra loro, dalla rivolta spontanea alla mobilitazione organizzata da direzioni neanche lontanamente di classe che già oggi iniziano a mostrare la corda per l’organica incapacità di dar seguito alla lotta che pure richiamano- di quell’unico processo di riattivizzazione e riorganizzazione del proletariato nero che è destinato sulla spinta dei fatti ad andare inesorabilmente avanti.

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    Elezioni

    Molti "commentatori" concordano sul fatto cheClinton si è assicurato la vittoria elettorale con la firma apposta albill che ha seppellito quel che rimaneva del welfare in assonanza con gli umori prevalenti del ceto medio e con le richieste delle corporations. Si dimenticano di dire che il presidente democratico ha sistematicamente portato avanti la sostanza della politica dei repubblicani di smantellamento del welfare, deregulation del lavoro, giro di vite anti-immigrati, ecc. Una politica che è comune, sotto tutte le latitudini, a destra e sinistra borghesi. E’ sotto questo segno -la piena continuità della sua politica con l’offensiva antiproletaria in atto- che si colloca la vittoria di Clinton.

    Qualcuno (a sinistra) dirà: è vero, Clinton ha vinto spostandosi ancor più a destra (pardon, al "centro") e solo a questa condizione; ma in questo modo -andando incontro alle richieste dei ceti medi- ha per lo meno arrestato l’ascesa della destra repubblicana. Già solo la conferma dell’avanzata repubblicana nel voto per camera e senato e il voto favorevole in California alla Proposition 209 anti-immigrati confermano in pieno -per restare al piano, non decisivo, del voto- la radicalizzazione in senso antiproletario degli strati intermedi, i cui umori per ora si sono dislocati trasversalmente nei due schieramenti elettorali, in attesa di una "maturazione" a livello politico che non tarderà a venire. Il risultato emerso dalle urne, non a caso con il plauso di Wall Street, è univoco: la società americana tiene la barra dritta a destra, pronta a vomitare dal suo seno i fenomeni peggiori della reazione più nera.

    Nella rielezione di Clinton c’è stata una diminuzione della partecipazione proletaria al voto. La ripresa delle lotte operaie, la riattivizzazione del sindacato, la mobilitazione del proletariato nero e immigrato -tradizionali serbatoi di voti per i democratici- non si sono tradotti in un rinnovato e attivo intervento del proletariato nella campagna elettorale e nella partecipazione al voto. E questo nonostante, per esempio, il notevole impegno profuso dall’Afl-Cio per il voto contro i repubblicani. E’ uno dei segnali della divaricazione tra le necessità del proletariato e un quadro politico dal segno sempre più chiaramente antiproletario. Con ciò il proletariato americano non dimostra di essere già pronto a dislocarsi su posizioni rivoluzionarie, ma certo è un primo passo di una via che pur scontando inevitabili rinculi (anche di nuova speranza nelle elezioni, ma con candidati e partiti "propri") lo porterà -nel contesto di una ripresa di classe internazionale- verso un suo autonomo attrezzaggio politico classista.

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