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L’INTERA CLASSE OPERAIA DEGLI USA
È CHIAMATA ALLA LOTTA

 

Lo scontro scoppiato alla General Motors all’inizio di giugno ha avuto come causa scatenante lo spostamento effettuato all’insaputa del sindacato e dei lavoratori di parti del macchinario dello stabilimento di Flint ("ladri nella notte sono venuti e hanno portato via le nostre presse") e la mancata realizzazione di un piano di investimenti di 300 milioni di dollari - oltre all’inosservanza delle norme in materia di sicurezza e di salute dei lavoratori. Lo sciopero è partito da Flint nel Michigam, cuore e anima della General Motors, ma anche culla della UAW - United Automobile Workers - lo storico sindacato dell’auto alla testa di questa battaglia, e si è progressivamente allargato a 26 dei 29 principali impianti di assemblaggio negli USA e a più di cento centri di produzione di componenti tra USA, Messico e Canada. Solo l’accordo di fine luglio ha scongiurato il pericolo per i padroni che si estendesse anche agli operai di Ford e Chrisler - che hanno comunque manifestato la loro solidarietà ai compagni in lotta ("è ora di portare il conflitto GM fuori da GM" ha affermato un dirigente locale della UAW). Estremamente significativo anche il sostegno attivo dato dagli operai della GM del Brasile con uno sciopero, prima concreta risposta verso la costruzione di quella unità internazionale di lotta e di obiettivi che la portata dello scontro proletariato/borghesia impone.

In totale circa 200.000 lavoratori hanno ingaggiato e portato avanti uno scontro, il più duro degli anni 90, durato quasi due mesi, che ha paralizzato la quasi totalità della produzione nordamericana del gruppo, messo in difficoltà l’industria USA (tanto che industrie apparentemente lontane come la ITT hanno messo a riposo per le ricadute dello sciopero migliaia di operai) ed è costato più di due miliardi di dollari al colosso automobilistico. Uno sciopero che nella percezione degli operai in lotta ha richiamato - per il livello di determinazione, durata ed estensione - quello storico del ’37 conclusosi con il primo contratto collettivo fra GM e UAW. La casa automobilistica, incitata a mostrare i muscoli da tutto il grande capitale nazionale e dalla sua stampa, ha reagito con la messa in libertà, una vera e propria serrata, di tutti i suoi impianti in Nordamerica e con il taglio dei benefits sanitari agli operai in sciopero, oltre che con le intimidazioni giudiziarie.

Questa lotta viene dopo i segnali di riattivizzazione di cui negli ultimi anni hanno dato prova i neri, i latinos, gli asiatici, fino alla splendida mobilitazione dei lavoratori precari e iperflessibili dell’UPS lo scorso anno. E’ questo un primo significativo dato: anche il proletariato industriale inizia oggi a essere chiamato alla lotta da un attacco che è arrivato a colpire in profondità le stesse cittadelle operaie. Dopo l’erosione lenta ancorchè continua, negli ultimi vent’anni, di posti di lavoro e il peggioramento delle condizioni materiali e politico/organizzative nel "cuore" del processo produttivo, i posti di lavoro "sicuri", sindacalizzati, ancora relativamente ben pagati, e accompagnati da residui vantaggi in materia di protezione sociale (cassa malattia, pensioni integrative, indennità di disoccupazione) sono ora presi di mira massicciamente. Per la borghesia sono infatti costi che vanno eliminati, occupazione che va sostituita con forza lavoro molto più conveniente, oltre confine, o con "nuova" occupazione in patria più flessibile, meno stabile, non organizzata, non così orientata al passato…

"E’ un dato di fatto che la GM deve mantenere la propria competitività in tutto il mondo", dice il suo vice presidente, ed è quindi costretta a rispondere alle crescenti sfide concorrenziali emerse nel settore - dalla drastica campagna di riduzione dei costi effettuata dalla Ford alla fusione di Daimler e Chrisler. Introduzione di nuovi criteri di lavoro "alla giapponese", più flessibili ed efficienti, uso sempre più esteso del subappalto di produzione di componenti all’esterno (outsourcing ovvero terziarizzazione), delocalizzazione delle produzioni nei paesi a bassissimo costo del lavoro: questa la ricetta che il colosso automobilistico intende applicare.

"Si riduce la forza lavoro USA per sfruttare i salari al di sotto del livello di povertà in altri paesi" denuncia a ragione il sindacato. La GM è del resto già presente in Messico, dove il costo del lavoro è sei volte inferiore a quello del salariato nord americano, in Thailandia, in Brasile, in Cina. "Non siamo stati noi a inventare la globalizzazione, ma se questo è il trend oggi non possiamo fare a meno di adeguarci" dicono i dirigenti GM In gioco ci sono così migliaia di posti di lavoro - dai 50 ai 100 mila sono i lavoratori che da qui a cinque anni andranno in pensione e non saranno sostituiti, secondo i piani dell’azienda - in gioco c’è la tenuta stessa di quel che resta della classe operaia organizzata e del sindacato.

Ma non è solo la determinazione dimostrata contro questo piano il dato positivo di questa lotta. Importantissima - e le due cose stanno insieme - è anche una iniziale comprensione da parte operaia di come la propria tenuta sia ormai obbligatoriamente legata alle condizioni generali in cui versa la classe operaia oltre confine, di come la propria capacità di difesa non può essere staccata dalla capacità di difesa degli operai messicani, cinesi ecc. "Se di globalizzazione dobbiamo parlare, dobbiamo far sì che essa avvenga per tutti: se c’è il mercato globale dovranno essere globali anche i diritti per i lavoratori. Che i cinesi e i messicani abbiano gli stessi benefits che abbiamo noi e tutto funzionerà per il meglio" (chi parla è un operaio di Flint). Qui si inizia a cogliere il dato dell’internazionalizzazione del proletariato e della sua condizione e quindi dell’impossibilità di agire al chiuso delle mura della propria azienda e dei propri confini allorchè la propria condizione viene messa in discussione. Si comincia a dover fare i conti con la dimensione mondiale del capitale, tale anche per la classe operaia.

Certamente oggi siamo ancora ai primi barlumi di una tale comprensione; soprattutto, le conseguenze in termini di lotta e organizzazione che ne derivano sono ancora tutte da trarre. Le premesse, però, perché tali acquisizioni si diano ci sono tutte, sono nell’oggettività stessa del percorso del capitalismo, nello sviluppo delle sue contraddizioni, della sua crisi (è proprio vero che la globalizzazione non l’hanno inventata i dirigenti GM!). Per intanto da parte operaia si comincia a cogliere un dato, e non è poco! Delocalizzazione, terziarizzazione, precarietà totale delle condizioni di vita, flessibilità, globalizzazione: questi i nodi che la lotta alla GM ha iniziato ad affrontare, questi i temi degli scontri del futuro per l’operaio nordamericano come per quello europeo.

Del resto è solo iniziando a fare i conti con questa dimensione, all’interno di un percorso di lotte e di organizzazione, che si potrà dare il superamento dei limiti ancora grossi - non li sottovalutiamo affatto - che rappresentano l’altra faccia della medaglia dell’atteggiamento dell’operaio GM

Le contraddizioni con cui bisognerà chiudere definitivamente i conti sono quelle proprie di una classe operaia tutto sommato "ben nutrita", abituata a mangiare dal piatto ricco di una borghesia e di un imperialismo primo predone e gendarme del mondo. Occorrerà chiudere i conti con una mentalità e un sentire intrinsecamente proprie, oltre che della classica prospettiva riformista, di chi vive se stesso ancora come parte integrante e costitutiva della nazione e come tale chiede di essere considerata e difesa, non già buttata via a mo’ di zavorra alle prime difficoltà, di chi rivendica in qualche modo, anche a muso duro certo, che gli venga riconosciuto dalla propria borghesia un ruolo e una posizione particolare rispetto all’operaio messicano o brasiliano, di chi alla fin fine guarda al lavoratore oltre confine con fastidio o se va bene con comprensione, ma non come si guarda a un fratello di classe o a un compagno di lotta.

Dietro a ciò l’illusione che possa ridarsi quell’epoca del compromesso fra le classi che garantiva appunto ottimi fringe benefits agli operai, quei benefits che invece la concorrenza fra aziende e capitali obbliga la borghesia a tagliare senza pietà anche nel cuore delle metropoli! E non è un caso che l’accordo che ha sancito la chiusura della lotta non fa che - nella sostanza della posta in gioco - rimandare tutto intero il problema al prossimo futuro rinviando di due anni la vendita o la chiusura di alcuni grandi impianti USA.

E’ con tale impostazione complessiva che il proletariato dovrà fare i conti fino in fondo sulla strada della riconquista di una propria linea di difesa di classe. Una linea che necessariamente andrà a confliggere con quella delle direzioni sindacali. Certo, il sindacato nordamericano, annientato praticamente negli anni 80, sta faticosamente ma tenacemente risalendo la china della riorganizzazione promuovendo, pena la sua scomparsa, lotte anche dure (v. UPS) e campagne di sindacalizzazione e organizzazione di settori tradizionalmente lontani dal vecchio sindacalismo corporativo che lo caratterizzava. Per la prima volta è sceso massicciamente in campo contro il costante trasferimento di impianti e posti di lavoro verso i paesi che offrono costi di produzione più bassi. E’ dunque un sindacato che per il padronato va messo fuori gioco. Ma esso, in ogni caso, è e resta portatore di una impostazione politica organicamente ancorata agli interessi del proprio capitale nazionale; non può concepire la difesa delle condizioni proletarie che all’interno di questo quadro, cioè come classe operaia nazionale, come tale subordinata alle esigenze della borghesia di casa propria che non può al fondo mettere in discussione.

La classe operaia della GM è chiamata, ai prossimi sicuri appuntamenti, a riprendere con ancor maggior forza la lotta, affrontando il nodo ineludibile di una sua necessaria estensione e generalizzazione, lavorando per la scesa in campo al proprio fianco degli operai degli altri grandi complessi automobilistici e non solo, a partire dagli USA; costruendo una stretta unità di mobilitazione e di obiettivi con i lavoratori GM in tutto il mondo; rompendo con quella sottomissione alle compatibilità capitalistiche che è l’ostacolo di fondo all’internazionalizzazione della sua battaglia. Se non si vuole lasciare nelle mani del riformismo e del nazionalismo sciovinista la bandiera (illusoria e inconseguente) della difesa proletaria, il percorso non può che essere quello della riconquista della propria dimensione di classe internazionale, del proprio programma e ruolo storico anticapitalista.

Scene di lotta di classe

La lotta alla GM non è un episodio isolato. La preoccupazione per il posto di lavoro e il malcontento rispetto alla politica di tagli ai bilanci e di privatizzazioni portata avanti dall’amministrazione Clinton e da quelle locali esplodono sempre più spesso in vera e propria conflittualità. Questa estate ce ne ha dato un saggio.

Gli edili a New York

Per protestare contro l’assegnazione di un appalto miliardario da parte del sindaco Giuliani ad una ditta di costruzioni che si rifiuta di assumere operai sindacalizzati - una delle tante società che vincono appalti presentando preventivi stracciati, ricorrendo al lavoro nero e non rispettando le norme di sicurezza - è stata organizzata una manifestazione di operai edili che lo scorso 30 giugno ha visto scendere in piazza ben 40.000 lavoratori.

Le strade invase dagli edili - assai più numerosi del previsto - ben presto si sono trasformate in un campo di battaglia: la polizia in assetto da guerra ha utilizzato di tutto, dai gas lacrimogeni e urticanti agli idranti, alle cariche a cavallo, ma non è riuscita a contenere la rabbia operaia che ha impegnato le forze dell’ordine per ben cinque ore e ha mandato all’ospedale 18 agenti.

Di fronte alla livida reazione del sindaco i lavoratori hanno annunciato di aver intenzione di continuare la lotta per tutta l’estate. Il sindacato, senza dubbio colto di sorpresa dalla partecipazione e dalla determinazione della piazza, si è affrettato a rassicurare che rimborserà tutti i danni provocati dai suoi esuberanti iscritti né è mancata la rituale presa di distanza dalle aggressioni addebitate al solito gruppetto di "violenti". E’ la contraddizione irrisolvibile propria delle organizzazioni riformiste: difendersi da un attacco borghese che le vorrebbe vedere sprofondate per sempre nel più profondo dei buchi neri, e con esse l’organizzazione operaia che ancora rappresentano, ma per loro stessa costituzione genetica non potersi spingere oltre i confini rappresentati dall’ambito capitalistico.

Sciopero alla Bell Atlantic

Si tratta di uno dei colossi americani delle telecomunicazioni globali - sì, proprio il settore del lavoro "immateriale" (per chi ci crede) presunta frontiera del futuro - che sta attuando l’assegnazione ad ampio raggio di servizi ad aziende sussidiarie con utilizzo di manodopera non sindacalizzata, dagli orari flessibili, sottopagata. Contro queste pratiche sono scesi in sciopero, massicciamente, i 73 mila addetti che per tre giorni dal 9 agosto hanno picchettato gli uffici. Significativa la solidarietà allo sciopero da parte dei pensionati della Bell (un gruppo di 35 mila) e dei lavoratori elettrici che hanno rifiutato di rimpiazzare gli scioperanti.

Lo sciopero, pochi giorni dopo, dei 34 mila lavoratori della Us West, la più importante compagnia telefonica della costa occidentale, sulla medesima questione (ma v. anche le azioni di lotta dei piloti della Northwest, la quarta compagnia aerea americana, e della Air Canada) è la dimostrazione che sulla esternalizzazione delle produzioni e dei servizi - con conseguente deregolamentazione delle condizioni del lavoro e licenziamento dei "vecchi" lavoratori - si gioca anche in questo settore una partita che tocca centinaia di migliaia di lavoratori (la sola AT&T ha in programma 18 mila licenziamenti nei prossimi due anni). Vale anche qui, per le imprese, la regola numero uno: escludere il sindacato dai propri organici. A quando la contro-regola dell’unificazione di battaglie finora separate?

La classe operaia nostrana continua a rimane immobilizzata nella difesa del governo delle sinistre. Chi sa che qualcosa di questi segnali di riattivizzazione operaia provenienti dagli Usa non giunga anche a lei, magari per il prossimo rinnovo contrattuale… E’ la direzione in cui noi lavoriamo. Disarmante è invece il silenzio totale del sindacalismo di casa nostra nei confronti della prova di forza dei lavoratori della General Motors, davvero la paura del contagio e il richiamo a tematiche che sono qui più che mai vive consiglia i bravi dirigenti di Cgil Cisl e Uil a tenersi ben alla larga da simili manifestazioni un po’ troppo …vivaci! D’altra parte chi invece la lotta l’ha seguita come il manifesto pensa bene, in sede di bilancio (31/7), di definire gli operai GM nella sostanza dei privilegiati, superprotetti e superpagati, gli unici che per la loro condizione di appartenenza alla middle class possono permettersi ancora il lusso di scioperare; pensa bene di definire il loro uno sciopero corporativo in difesa di privilegi. Unico effetto -e scopo consapevole?- di questa opera di denigrazione della lotta operaia è quello di lanciare un messaggio di sfiducia al proletariato qui, di inserirsi a piena voce nel coro di chi è sommamente interessato e lavora con metodo ad allontanare e contrapporre fra loro le diverse sezioni del proletariato!

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