[Home]  [che fare 51]   [fine pagina] 

QUALE LIBERTÀ PER LA CECENIA?

Avvertiamo in giro notevole agitazione per la povera Cecenia aggredita dai russi. Dal Pentagono sin alle redazioni di giornali più o meno di sinistra il coro dell’indignazione è unanime e monocorde: Mosca svolge, per oscuri fini interni, una politica imperialista in spregio al diritto dei popoli all’autodecisione, colpendo con cinica indifferenza le popolazioni civili, e se mai fosse possibile, bisognerebbe mandarci l’ONU -ossia la NATO- tanto a Grozny che, preferibilmente, a Mosca per ristabilire l’ordine mondiale violato perché, per chi non lo sapesse, i ceceni sono un altro bel tipo di kosovari bisognosi di aiuto umanitario. Eccetera eccetera.

Ci dispiace. Ancora una volta stiamo fuori dal coro, anche a costo di farci qualificare dai soliti fessi come supporters dello zar-Boris e del suo "neo-imperialismo".

La realtà è che l’indipendentismo ceceno, al pari dei molti altri deflagrati all’interno dell’ex-URSS, non ha, al fondo, alcuna motivazione risorgimentale storicamente legittima, non rappresenta in alcun modo lo sforzo rivoluzionario (sia pur borghese) di una nazione di pervenire alla costituzione di un proprio stato nazionale degno di questo nome, non è supportata da alcun corrispondente movimento di massa in tal senso. E neppure vi ha gioco una qualche forma di radicalismo anti-imperialista islamico che, quando e dove si muove sul serio, trova di fronte a sé ben altri ostacoli da abbattere che non l’"oppressione" russa e, contrariamente al caso ceceno o kosovaro, nessuna simpatia ed appoggio da parte di coloro che oggi tuonano contro Mosca. È semmai interessante constatare, a questo proposito, come il rivestimento ideologico islamico non riesca più a collare assieme realtà tanto diverse tra loro, dalla petizione anti-imperialistica autentica al più triviale gangsterismo da clan a servizio dei predoni occidentali. Con ciò "il re si fa nudo", ovvero è costretto a definire sul serio dei reali contenuti politici su cui giocarsi la propria credibilità agli occhi delle masse: l’islamismo serio può ben richiamarsi al Corano, ma evoca e deve fare i conti col marxismo; quello alla cecena-kosovara parla un corano yankee e sionista.

Non è un mistero per nessuno che la carta cecena, come le altre sue consimili, è stata giocata in prima persona dall’imperialismo occidentale per accaparrarsi delle posizioni strategiche, economiche e militari, per i propri fini e, su questa strada, ha trovato pronte alla bisogna, come nei Balcani, delle cricche locali di quisling senza scrupoli, prive di qualsivoglia afflato nazionale o addirittura autenticamente islamico, ma, in compenso, avide di metter le mani sulle briciole ad esse promesse della turbo-ricolonizzazione imperialista dell’area. Che, nel portare avanti questo disegno, esse abbiano potuto giovarsi della passività delle popolazioni locali è certamente un dato di fatto: se in loco non c’è stata alcuna seria opposizione di massa alle bande malavitose impadronitesi del potere e men che mai un movimento antisecessionista che rivendicasse l’unità "sovietica" con Mosca, ciò si deve, senz’ombra di dubbio, alla scarsa qualità del defunto unitarismo "sovietico". A questo può attribuirsi certamente l’introduzione nella regione di un processo di ammodernamento della vita economica e sociale in senso borghese rispetto agli standard ereditati dalla situazione precedente l’Ottobre, ma non una reale integrazione unitaria di essa nel quadro "sovietico" (non diciamo dal punto di vista socialista -che è fuori discussione- ma neppure da quello borghese stesso). Insomma: la famosa centralizzazione dispotica di Mosca non si è rivelata in grado di unificare sul serio alcunché; al contrario, essa si è dovuta accontentare di un controllo amministrativo sulla propria "periferia" basata, di fatto, sul permanere ed il dilatarsi di un regionalismo autonomo, privo di efficaci elementi unificanti strutturali. Vale a dire che stalinismo e post-stalinismo "sovietici" non sono riusciti a eguagliare neppure i risultati di un Risorgimento come quello nostrano. Quest’ultimo fu pieno di lacune e incompiutezze, a causa della paura della borghesia che un più deciso coinvolgimento del proletariato avrebbe travolto lei stessa. Eppure, è riuscito a realizzare una integrazione più reale di quella sovietica, per quanto a prezzo di sudore e sangue per tante delle sue terre "redente" sulla base di uno sviluppo interno combinato e diseguale. Si comprende benissimo, pertanto, come la carta dell’indipendentismo potesse impunemente venir giocata da chi di dovere dall’esterno, col supporto di gang locali, al momento dell’implosione dell’URSS. Basta una scaldatina di muscoli da parte di Mosca, però, per veder volatilizzarsi in un attimo ardori irredentisti mai esistiti tra quelle popolazioni.

Chiaro che noi non rivendichiamo e men che mai appoggiamo oggi un qualche "diritto" di Mosca a reintegrare a sé la Cecenia od altre terre sottratte al suo controllo. L’attuale Russia non difende attualmente nella zona alcun obiettivo che possa considerarsi nostro. Vi difende i suoi borghesi interessi rispetto al grilletto puntato contro di essa dall’imperialismo occidentale a mezzo dei fantocci indipendentisti locali, senza avere neppure il coraggio, o l’impudenza, di richiamarsi al fantasma unitarista "sovietico", senza potere o voler richiamarsi, in nome di esso, alla solidarietà tra popoli russi e caucasici in vista di tale "ideale". Si tratta, quindi, di una pura risposta militare, dello stato russo, all’operazione di accerchiamento imperialista occidentale. Legittima? Sì, come lo sono tutte le risposte degli stati borghesi aggrediti dalle forze imperialiste dominanti nell’ambito dei contrasti inter-capitalistici connaturati alla vita stessa del sistema. Da questo punto di vista, e solo da esso, noi possiamo rallegrarci che Mosca sappia replicare all’Occidente e stopparne l’"irresistibile" avanzata a costi zero e, con ciò, far ulteriormente esplodere le contraddizioni insite nel sistema mondiale della dominazione capitalista. Nulla di più, nulla di meno. Ma questa risposta all’Occidente, va da sé, non ha nulla a che fare con la nostra e ce ne teniamo ben distanti. Non appoggiamo Mosca con alcun blocco "militare e non politico" per la semplice ragione che, ove ci affidassimo ad esso per indebolire "tatticamente" o "strategicamente" Washington, indeboliremmo in primo luogo, in realtà, la possibilità di una nostra risposta, in Russia, in Cecenia, nelle metropoli imperialiste, collaborando a smembrare e sottomettere ad interessi di una frazione -sia pur debole e diseguale- della borghesia internazionale il nostro fronte di classe.

Altrettanto chiaro, però, che in nessun modo possiamo accodarci alla manfrina antirussa del "diritto dei popoli all’autodecisione", sollevata ad arte contro Mosca per sostenere, consciamente o meno, e peggio ancora se con le migliori intenzioni, non la causa del "popolo ceceno" o di altri in zona, ma la manomissione di essa da parte dell’imperialismo occidentale. L’ultima parola che gli attuali critici di Mosca sanno dire in effetti è unicamente: fuori Mosca, dentro Washington, e, alla coda del Pentagono, magari un tantinello anche "noi". Come abbiamo sentito dire dall’ex-sinistrino Corradino Mineo: perché l’ONU, la NATO, sono stati tanto sensibili alla giusta causa kosovara ed ora arretrano rispetto a Mosca o Pechino? Dove sono andati a finire i "diritti umani"? Cosa si aspetta a ristabilirli?

Che simili appetiti siano messi a stecchetto non può che farci piacere, fatte salve tutte le altre condizioni, e cioè quelle dell’inserzione, in questo contrasto, della nostra alternativa ed antagonista prospettiva di classe.

Cosa significa in concreto tale prospettiva? Se in Russia potesse agire oggi un autonomo movimento proletario rivoluzionario esso contrasterebbe il "proprio" governo, approfitterebbe delle operazioni militari contro la Cecenia per esigerne la testa, riconoscendo che il nemico principale sta in casa propria e non a Grozny. Ma è altrettanto fuori di dubbio che esso legherebbe questa sua lotta a quella internazionalista contro le cricche dominanti a Grozny per conto terzi, chiamando quelle popolazioni a sollevarsi assieme in nome di un anti-imperialismo reale, di un reale sovietismo. Un’insurrezione rivoluzionaria del proletariato russo creerebbe di per sé stessa i migliori coefficienti per tale lotta unitaria, rompendo gli steccati divisori su cui gioca l’imperialismo occidentale e che il governo russo attuale non può che approfondire. E solo una tale insurrezione proletaria potrebbe arrogarsi il diritto di esportare, all’occorrenza, la rivoluzione sulla punta delle baionette in Cecenia in una situazione di ritardo od ostilità delle popolazioni locali per far fronte all’assalto imperialista od anche solo di difenderla, nella stessa prospettiva, e senza troppi complimenti, come fece l’Ottobre rispetto ai santuari delle "truppe bianche", ovunque dislocate.

Non occorre aggiungere che questa prospettiva è, ai dati di fatto, assolutamente lontana. Ne dobbiamo stoicamente tener conto, se vogliamo difenderla sul serio partendo dalla realtà quale essa è, senza cadere contingentemente né nel trabocchetto degli indignati "libertari" antirussi né in quello di un contrapposto e speculare "anti-imperialismo" a rimorchio di Mosca.

Lo stato d’animo del proletariato russo riguardo la questione cecena, al momento attuale, è presumibilmente, a livello di massa, quello di un certo sollievo nel considerare che il "proprio" stato sta mettendo fine alla politica delle concessioni a ruota libera all’Occidente. Se n’è accorto, e se ne duole, il manifesto vedendovi, al solito, il gioco degli El’tzin alle spalle del "popolo bue". Non è assolutamente così. La resistenza del proletariato russo, per quanto tuttora frammentata ed incoerente, contro l’Occidente predone si può toccare con mano nel ripiegamento cui lo stato russo è stato costretto rispetto all’iniziale politica di iper-liberismo ed iper-svendita all’imperialismo, di cui le varie svolte governative della presidenza El’tzin, progressivamente indirizzate verso sempre più vigorosi sussulti di "orgoglio nazionale", sono il segno. Ci si può lamentare, ed è giusto, del fatto che questa ondata anti-liberistica sia stata e venga egemonizzata da forze politiche di "opposizione" che restano non di meno borghesi e, talora, rivestite di panni apertamente reazionari (come nel caso del "comunista" Ziuganov, i cui punti confessati di riferimento non sono l’Ottobre, ma i grandi zar, la slavofilia e l’Ortodossia clericale); ma questo è il frutto avvelenato di tutta la storia precedente del proletariato sovietico a partire da Stalin. Sta a significare, perciò, l’estrema difficoltà della ripresa autonoma di classe, non che essa non si muova o non pesi: siamo solo al primo tempo dell’esplodere di un contrasto di classe che, per intanto, passa attraverso la "mediazione" di partiti di opposizione borghesi, ma non potrà fermarsi ad essa, se non altro perché questo tipo di "opposizione", nel quadro attuale dei rapporti capitalistici mondiali, non potrebbe né vorrebbe aggredirne i presupposti senza colpire sé stessa nei propri interessi di classe, inevitabilmente intrecciati con l’"ordine mondiale" imperialista. La soluzione del busillis russo sta o nello scontro aperto della borghesia russa con l’Occidente -e non ne vediamo, al momento, i presupposti-, o nella riesplosione rivoluzionaria, in Russia e nel mondo intero. Questa seconda ipotesi, per quanto lontana, è chiaramente dettata dalle condizioni oggettive dello scontro internazionale di classe ed ogni passaggio in tal senso porterebbe ad una decisiva spaccatura tra il proletariato russo e i "suoi" rappresentanti attuali: un nuovo Ottobre vedrebbe inevitabilmente tutte le frazioni della borghesia russa unificarsi al fronte controrivoluzionario mondiale, come abbiamo definitivamente appreso sin dai tempi della Comune di Parigi.

Però, il problema proletario attuale, in Russia, non può consistere nel "disfattismo rivoluzionario" e nella "rivoluzione" per la semplice ragione che non ne esistono i presupposti di classe ed, allora, giocare con queste paroline "tremendamente serie" per farne una barzelletta, come ammonisce Lenin, sarebbe completamente fuori luogo. Forse qualche sparuto gruppetto "rivoluzionario" disposto a tali giochi c’è anche laggiù. Di sicuro ve ne sono molti qui, sotto immancabile dettatura borghese. Il reale tot di "disfattismo" che i proletari russi possono fare, oggi, nei confronti della propria borghesia -in tutte le sue articolazioni- consiste nell’accentuare le proprie rivendicazioni immediate di classe, e le ragioni storiche di esse di conseguenza, collegando la rivendicazione di una risposta alla morsa dell’imperialismo in Cecenia, ad esempio, con quella di un attacco alle politiche liberiste e pro-imperialiste dei propri governi a scala interna. Come bene si esprimeva un volantino di compagni russi riportato nel precedente numero del giornale parlando della Jugoslavia, il discorso al quale i proletari russi possono essere sensibili e vanno indirizzati è il seguente: la vantata ripresa di "orgoglio nazionale" da parte dei "nostri" detentori del potere non ha senso, od è condannata all’incoerenza ed alla disfatta, a misura che qui, sulla nostra terra, essi vi bastonano secondo le leggi del capitalismo mondiale cui sono legati; per aiutare la Jugoslavia in quanto, come voi stessi già sentite, legata ai vostri stessi destini, non potete affidarvi ad uno stato che vi opprime in ubbidienza alle leggi di cui sopra, ma dovete contare sulle vostre forze per sbaraccarlo qui e, da qui, gettare un ponte di solidarietà effettivo ai vostri fratelli jugoslavi.

Un analogo ponte bisogna sforzarsi di costruire verso le masse lavoratrici di tutta l’Asia caucasica e centrale (di cui quelle cecene sono un frammento), che partecipano ai sentimenti d’insofferenza e al risveglio che attraversa l’intero mondo islamico, dal Marocco all’Indonesia. L’Occidente cerca di indirizzare questo risveglio (che oggettivamente si dirige contro di lui) contro lo stato russo e, nello stesso tempo, contro i proletari russi. Una lotta fratricida tra questi ultimi e i proletari del mondo islamico andrebbe a tutto vantaggio dei gangsters imperialisti del mondo intero. Dopo la prova generale fatta nei Balcani, si sta tentando di esportare questa manovra nello scacchiere strategico del Caucaso e dell’Asia centrale. Essa va denunciata. E combattuta contrapponendole un piano di lotta unitaria all’imperialismo tra proletari russi e masse sfruttate islamiche.

Tocca ai lavoratori della Russia tendere per primi la mano, sforzandosi di comprendere le ragioni del sentimento di ostilità delle masse islamiche verso di essi (sentimento sedimentato dall’opera dello stato sovietico staliniano e post-staliniano, con cui i lavoratori della Russia si sono, in un certo qual modo, identificati). A essi la responsabilità di fare il primo passo, e riprendere la politica portata avanti nel 1920, quando, raggiunto, come classe, il loro pieno splendore, lanciarono verso i popoli musulmani dell’Oriente il grido per una battaglia comune contro l’imperialismo e un programma di liberazione da quest’ultimo e dalle classi dominanti pre-capitalistiche, a cui le masse oppresse islamiche risposero con entusiasmo.

Oggi non ci sono le condizioni per cementare la fratellanza rivoluzionaria di allora. I lavoratori russi possono, però, iniziare a camminare in questa direzione, sottraendosi, tanto per cominciare, al tentativo di Eltsin come di Ziuganov di accorparli in una politica di "co-interessanza" collo "spirito" grande-russo verso gli sfruttati dell’immensa area di confine. È vero che il governo di Mosca e l’opposizione, ognuno a modo proprio, vogliono sbarrare la strada alle mire brigantesche degli stati occidentali: è altrettanto vero però che intendono farlo scagliando i lavoratori russi non semplicemente contro le cricche svendute all’imperialismo della Cecenia e di altre regioni o ex-repubbliche, ma contro il mondo islamico nel suo complesso, e dunque anche contro le sue masse lavoratrici, apostrofate come "sfaticate", "mantenute" e "affittate".

Non è facile lo sappiamo, e non a caso abbiamo già visto all’opera i vari Ziuganov in nome di una ritrovata union sacrée con lo Stato che tiene immobilizzata e subordina la lotta di classe ai successi di quest’ultimo, a riprova di quanto sopra dicevamo del carattere e delle mancanze di carattere delle attuali "opposizioni". Siamo solo ai primi passi, ma ci conforta il fatto che sia il caso jugoslavo sia quello ceceno non abbiano portato alla sospensione della protesta di classe all’interno della Russia e questa, anzi, abbia accresciuto la propria forza di pressione sugli indirizzi governativi interni. Sarà poco, sarà tanto, è comunque un inizio.

[Home]  [che fare 51]  [inizio pagina]