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DAGLI USA: UN FUTURO DA INCUBO PER IL PROLETARIATO

Indice

C’era una volta il sogno americano...
Dietro un sempre più precario benessere, una vita affannata e disumana
La destra populista in incubazione
L’inesistente terza via europea
Contro la dittatura globale del capitalismo...
...una rivoluzione altrettanto globale
A che punto siamo?
  • L'infelicità di massa.....
  • Stato poliziotto e carceriere
  • I giovani in Italia faticano a trovare un lavoro? Hanno difficoltà a farsi una vita indipendente dalle "ali protettive" delle loro famiglie? Sono preoccupati di non poter disporre -in futuro- della loro pensione?
    I padroni, il governatore della Banca d’Italia, i dirigenti del Fmi, il governo, l’opposizione polista non hanno dubbi: se si adottasse completamente il modello statunitense, la situazione cambierebbe ben presto.
    Sì, ognuno di essi vuole importarlo a modo proprio. Sulle linee di fondo, però, sono in completo accordo. Chi senza peli sulla lingua e chi con velate parole fanno capire che l’ostacolo da superare sta nelle eccessive rigidità conservate dai lavoratori di mezz’età impiegati a tempo indeterminato nelle (poche) grandi imprese rimaste e dal "loro" sindacato. "Se non volete far perdere ai vostri figli i privilegi della razza bianca, accettate di metter via questi anacronismi, e vedrete che ai giovani si apriranno le porte del paradiso, proprio come è successo negli Usa!"
    Purtroppo, questa martellante campagna non va avanti senza attecchire tra i lavoratori. Ed è per questo che riteniamo utile andare a vedere come si vive realmente negli Stati Uniti e come il "suo" turbo-capitalismo abbia realmente cambiato la condizione della classe lavoratrice. Useremo alcuni dei dati contenuti in due libri sugli Usa, di diversa tendenza politica, usciti di recente: La dittatura del capitalismo di E. Luttwak e Gli Stati Uniti tra dominio e declino di M. Sylvers. Il quadro che si delinea fa apparire il sogno americano per quello che è: un incubo.

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    Certo, una parte della società statunitense ha tratto grandi benefici dal decollo di quello che è stato chiamato il "turbo-capitalismo". Sono i Bill Gates, i Soros, i top manager della Citicorp, della General Electric, i pezzi grossi dell’apparato statale, i giornalisti di grido, le star di Hollywood, le schiere di nuovi professionisti che fanno loro da mandarini. Sono quei cinquanta milioni di persone che hanno in mano o gestiscono le proprietà e il comando del paese. Sono coloro che sono stati definiti i "vincenti".

    Ma per gli altri, per i restanti 210 milioni della popolazione, le cose come sono cambiate? Per i duecento milioni di persone che compongono la classe lavoratrice, esse sono mutate in peggio. Un’affermazione del genere potrebbe sembrare paradossale, visto il benessere che continua ad avvolgere (in media) le famiglie dei lavoratori. Bisogna però vedere cosa c’è dietro il reddito (medio) speso: quale lavoro?, quale vita?, quale peso negli "affari sociali"?, e poi: quale futuro?

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    C’era una volta il sogno americano...

    Fino ai primi anni settanta molti lavoratori erano occupati come operai o impiegati nelle grandi imprese: un lavoro sicuro, ben remunerato, coperto dal punto di vista sanitario e pensionistico, con il sindacato che stava a guardia di tutto ciò, la possibilità di far studiare i propri figli e, attraverso questo canale, farli avanzare nella scala sociale. Era il sogno americano, visivamente rappresentato dalla possibilità di acquistare una casa in proprietà con rispettivo giardino. Sì, c’erano settori proletari esclusi da questi "privilegi", ma nel complesso si andava verso una riduzione delle disuguaglianze sociali e ci si aspettava che il "progresso capitalistico" potesse via via assorbirle. Lasciamo stare quanto questo benessere fosse espressione di felicità per le famiglie proletarie e non invece fondato sul loro lavoro alienato (e alienante): la loro condizione era sicura, e sicure erano di poterla trasmettere alla nuova generazione. Negli ultimi vent’anni questa certezza s’è incrinata ed è venuta meno.

    Uno studio ufficiale del 1995 del governo di Washington rileva che il 17% dei 5 milioni di lavoratori interinali lavorava per l’ex-datore di lavoro, Xerox, Hoffman-La Roche, Delta Air Lines, Digital, Chevron, Boeing, Pacific Electric, ecc.
    Un esempio. Per lungo tempo sinonimo di posto a vita, la Bell Pacific tra il 1991 e il ’95 ha licenziato 11mila dipendenti, e ne ha affittato 4.600 nel ’96, molti dei quali ex-dipendenti (quasi l’80%!). Senza naturalmente copertura sanitaria e pensionistica!

    Innanzitutto è diminuito il numero (assoluto e relativo) dei posti di lavoro sicuri, ben remunerati e tutelati sindacalmente delle grandi imprese (rispetto agli inizi degli anni ’70, le 800 più grandi aziende degli Usa impiegano oggi un terzo della manodopera in meno). È vero che una fetta di lavoratori espulsi dai settori tradizionali o di neo-occupati ha trovato un impiego di buona qualità nei nuovi settori in crescita dell’informatica, delle biotecnologie e della finanza. Si tratta però di una minoranza, anche tra i quadri.

    La massa ha invece visto peggiorare la propria condizione lavorativa. Chi perché ha ritrovato un posto nella ex-ditta, ma come lavoratore in affitto. Chi perché è stato impiegato nei nuovi servizi collegati direttamente -come complemento- alle imprese produttive ma in mansioni -così diffuse in essi- di bassa qualificazione. Chi perché ha trovato lavoro solo come pulitore, addetto ai fast-food, commesso, venditore a domicilio, portiere, cameriere, magazziniere, autista, guardia giurata, domestico. In tutti questi casi la paga oraria reale è inferiore a quella dei posti di "una volta", la copertura sanitaria e pensionistica è ridotta o addirittura assente, e soprattutto si vive con la costante paura di essere sbattuti fuori da un momento all’altro.

    Se a tutto questo si aggiunge il taglio operato dai governi Reagan, Bush e Clinton della quota dei salari che giungeva ai lavoratori attraverso la mano indiretta dello stato (sanità, assistenza, scuola, ecc.), si ha un’idea del perché la grande massa delle famiglie dei lavoratori, anche solo per mantenere il proprio tenore di vita, è stata ed è costretta a lavorare sempre di più (senza che nessuno la costringa: la "consiglia" il dispotismo del mercato capitalistico).

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    Dietro un sempre più precario benessere, una vita affannata e disumana

    Negli Usa, rispetto a vent’anni, fa si lavora in media, ogni anno, l’equivalente di un mese in più (per la precisione: 161 ore in più per le donne e 139 ore in più per gli uomini, tanto per rispettare la parità, n.), mentre in confronto all’Europa di oggi si arriva a due mesi di più" (da Sylvers, p.91). "All’aumento della quantità di lavoro svolta da ciascun lavoratore statunitense, si è aggiunta la riduzione dei diritti a vacanza, festività e giorni di malattia." (ib., p.100).

    Chi fa straordinari su straordinari. Chi svolge due-tre lavori. Ragazzi e pensionati che non lo facevano vanno a lavorare, e soprattutto lavorano anche al di fuori delle mura domestiche, in percentuale molto maggiore di vent’anni fa, le donne (erano il 50% nel 1970, sono diventate il 70% nel ’95, e l’aumento relativo più rapido è stato registrato nelle famiglie con il reddito più basso).
    Ma anche lavorare di più e in più persone nella singola famiglia può non bastare. No problem. Ci sono le "generose" offerte lanciate dalle finanziarie domestiche: c’è cioè l’indebitamento delle famiglie, triplicato negli anni ’80 e arrivato alla quota di 5.000 miliardi di dollari, i nove decimi del loro reddito annuo. Un’altra catena viene così ad accarezzare il collo dei lavoratori e a "consigliar" loro di lavorare di più, di tenersi buono il posto che si ha...
    Né è da pensare, infine, che questo scivolamento verso il basso non sia franato anche su quei "fortunati" lavoratori rimasti al "coperto" nel circuito tradizionale: "In nessun altro paese del capitalismo avanzato si può parlare di una così forte e continua pressione operata dall’esercito industriale di riserva -termine utilizzato anche da una rivista come Time per descrivere la situazione- sui lavoratori occupati, per tenere i salari bassi, senza aggiungere che, per via dell’esportazione reale o minacciata dei capitali, anche i lavoratori dei paesi più poveri fanno parte di questo esercito di riserva." (da Sylvers, p.95).

    È allora così difficile immaginare come sia cambiata complessivamente, in conseguenza di tutto ciò, la vita dei lavoratori? Il tempo di lavoro s’è dilatato a dismisura. Quel poco che resta della giornata è una corsa affannosa per svolgere le faccende domestiche, accudire i famigliari, con tanti saluti allo spazio per un vero riposo, la cura degli affetti, un sano divertimento, l’impegno in attività sociali, la crescita intellettuale (e tutto ciò senza contare che il lavoro è diventato più intenso, spossante, anche se muscolarmente talvolta meno faticoso).

    Insomma: una vita bestiale, affettivamente e socialmente reietta, che la "specie" dei lavoratori cerca di sopportare trovando vari surrogati al calore umano, alla socialità e al desiderio di protezione che dovrebbero essere parti integranti della vita umana, e che il turbo-capitalismo arriva ad annientare in ogni attimo della giornata: l’iper-alimentazione, l’acquisto (commisurato alla propria disponibilità di denaro) di cose in gran parte inutili, l’adesione ai nuovi culti religiosi, il consumo di alcool e droghe non hanno niente di frivolo. Sono surrogati falsi e ancor più spersonalizzanti? Sicuramente. Disegnano un mondo psichedelico di "belle apparenze" attraverso il quale compensare (inultimente!) e sopportare le insoddisfazioni, le umiliazioni, le fatiche legate al mondo quotidiano di "brutte realtà". Ma queste manìe sono anche l’espressione di un rigetto "inconscio" dell’esistenza a cui i lavoratori sono costretti, un’indisponibilità ad adattarvisi.

    "Occorre stare attenti a non farsi sommergere da impressioni superficiali, ma si sarebbe molto tentati di affermare, seguendo numerosi sondaggi e storie orali, che la massa degli statunitensi è, rispetto alle aspettative di sicurezza, stabilità e benessere nutrite nel secondo dopoguerra, essenzialmente insoddisfatta della propria vita, preda di insicurezza economica e delusa dalla via che ha imboccato lo sviluppo della nazione e delle sue istituzioni" (da Sylvers, p. 121). E i lavoratori d’Italia (e degli altri paesi europei) dovrebbero accettare di adottare il "modello americano"? Dovrebbero lasciarsi afferrare da una "mano" che ha portato non solo all’intensificazione dello sfruttamento e alla disorganizzazione sindacale dei proletari, ma che è arrivata sino a stravolgerne -con effetti immediati dirompenti sulla loro capacità di difesa- fin le fibre più intime? L’esempio dei lavoratori degli Usa va seguito, ma non nella tragica discesa degli ultimi vent’anni, bensì nella faticosa risalita di oggi!

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    La destra populista in incubazione

    Intendiamoci. Non sosteniamo che negli Usa sia in atto una riscossa proletaria. Per ora, il malessere dei lavoratori s’accoppia alla sfiducia di poter cambiare la situazione con la propria forza organizzata, all’introiezione dell’idea che, se si è "perdenti", la colpa sta nelle proprie tare individuali, alla preoccupazione di non reggere il passo con la vita se si "perde" tempo a protestare. E s’accoppia, con effetti politici narcotizzanti, a una tenuta sul piano dei consumi resa possibile dal fatto che gli Stati Uniti si possono permettere un debito stratosferico (privato e pubblico!) senza essere bombardati o messi a bacchetta dagli organismi finanziari internazionali. Perché sono loro a dominare il mondo, con la forza del dollaro, col monopolio della tecnologia avanzata e con la potenza del militarismo. E qui tocchiamo un altro tassello del "modello americano". Gli Stati Uniti, che accusano un Saddam o un Milosevic di essere aggressori e violenti, destinano la metà del bilancio governativo al settore militare. Nel 1999 la spesa (ufficiale) della Difesa Usa è risultata pari alle somma delle spese militari di Germania, Francia, Giappone, Russia e Cina! Senza contare che nel corso di quest’anno Clinton-il-pacifista ha chiesto un aumento delle spese per i prossimi 6 anni pari a 110 miliardi di dollari, uguagliando il record che spettava al Reagan delle guerre stellari. E così, la macchina bellica con cui gli Usa terrorizzano il globo, serve non solo a contribuire a dar ossigeno ai tassi di profitto più alti del mondo, ma anche a racimolare quelle risorse con cui indurre una sorta di coma politico nel proletariato interno.

    La situazione è però tutt’altro che ferma. Ne abbiamo la percezione attraverso la serie di iniziative compiute dai vari settori della classe lavoratrice statunitense (per quanto spaiate e talvolta anche in potenziale rotta di collisione tra loro): le lotte dei neri; le proteste delle altre comunità immigrate; le lotte sindacali contro i licenziamenti, la precarietà, l’outsourcing e la delocalizzazione; il tentativo di costituire un "Labor Party"; le iniziative del rinascente movimento antimperialista. (Nei passati numeri del giornale ne abbiamo seguito con passione gli sviluppi, e rimandiamo i lettori ai precedenti articoli.) Ma se ne ha la percezione anche nelle iniziative o negli allarmi che stanno suonando in alcuni settori della classe dirigente del paese. Il libro di Luttwak è tra questi, così come -su un altro piano-la proposta fatta dalla direzione della General Motors di assumere una parte dei lavoratori a vita se accetteranno di dare l’anima per la salvaguardia dell’azienda.

    Questi settori borghesi si rendono conto che, se diventasse esplosiva, la polarizzazione in atto nel fronte interno potrebbe rendere estremamente difficile l’esercizio del dominio del mondo da parte delle forze armate e finanziarie degli Usa, con grave danno per queste ultime e il capitalismo mondiale. Di qui le prime contro-misure, venute non a caso dopo la grande lotta alla Gm del 1998 e -su un altro piano- dopo le iniziative della scorsa primavera contro l’aggressione alla Jugoslavia.

    La proposta della Gm nasce dalla consapevolezza dei capitalisti di non poter gestire il processo produttivo senza la fedeltà di una parte della manodopera: se tutti i dipendenti vengono tenuti sul filo della precarietà, cosa importerà loro della "solidità aziendale"? La proposta serve inoltre per creare un’altra frattura nel proletariato, per formare una sorta di aristocrazia che funga da amo per gli altri lavoratori, in modo che si scannino tra loro per accedere al "privilegio" e difendano la condizione -il dominio del dollaro- su cui si fonda una simile possibilità.

    La politica di un Luttwak -di cui il libro La dittatura del capitalismo costituisce una specie di manifesto- è più organica in questo senso, e non è sganciata da primi segnali di mobilitazione popolare dietro candidati alla Ross Perot e alla Buchanan emersi nelle passate elezioni. Essa propone come soluzione ai problemi interni una politica estera muscolosa per racimolare le risorse necessarie a non far scendere a livelli "terzo-mondiali" il tenore di vita dell’americano medio. Questa politica esterna aggressiva andrebbe portata avanti sulla base di un’alleanza corporativa tra il proletariato -o almeno una sua fascia privilegiata- e la borghesia yankee contro il resto del mondo, e contro le stesse spinte "disgreganti" -sociali ed etniche- che pulsano all’interno dei confini di casa (v. anche il ruolo di collante assegnato alla restaurazione della cadente famiglia borghese). Un’alleanza del genere per il proletariato sarebbe un ulteriore passo verso l’inferno: canalizzerebbe la sua rabbia e le sue frustrazioni in una guerra contro i "nemici esterni" (e i "nichilisti" interni, bianchi e coulored), coll’illusione di riscattarsi dalla compressione e dal degrado in cui annaspa, in realtà coll’unico risultato di difendere una condizione umana in via di degenerazione.

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    L’inesistente terza via europea

    Comunque la si rigiri, dagli Usa il capitalismo non annuncia niente di buono per i lavoratori. In contrapposizione e in alternativa alla vergognosa sbronza pro-Usa della gran parte della "sinistra italiana", alcuni settori politici -come quelli raccolti in e attorno a Rifondazione- propongono di adottare il modello Jospin. Forse che in tal caso verrebbero parati gli effetti barbarici (diseguali) che il turbo-capitalismo riversa sulla "gente che lavora", dentro e fuori i confini nazionali? La risposta sarebbe sì, se il modello Usa fosse una semplice escrescenza patologica di un’economia, quella capitalistica, in grado di offrire al proletariato, se gestita in modo differente, una vita diversa da quella che le sta "regalando" nel cuore dell’impero. Ma così non è.

    Quello che hanno di speciale gli Stati Uniti è di essersi spinti verso il futuro più e prima degli altri paesi imperialisti. È di aver sviluppato fino in fondo, per adeguarsi all’attuale fase di mondializzazione, le leggi economiche su cui funzionano anche le economie europee e gli interventi "sociali" dei corrispondenti apparati statali. Ergo: il "modello capitalistico europeo", se vuole rimanere competitivo sul mercato mondiale, raccogliere i frutti della mondializzazione capitalistica e non decadere al livello di un paese dell’Est, se cioè vuole rimanere se stesso, deve imitare il "grande fratello" yankee sulla strada del terrorismo verso le popolazioni delle periferie, e su quella dello sfinimento da super-lavoro e del depauperamento psichico dei "propri" lavoratori.

    Le borghesia europee possono al più provare a sfumare e differenziare l’attacco contro il proletariato per evitare che si carichi e s’inneschi il vulcano della rivoluzione sociale. Ma per fare una cosa del genere, dovranno attaccare la posizione di dominio detenuta oggi dagli Usa nel saccheggio del mondo, esigere da essi -eventualmente armi alla mano- una più favorevole spartizione del bottino imperialista. L’alternativa "sociale" al modello clintoniano altro non può essere quindi che la versione europea della politica di Luttwak. Anche in questo gli Usa fanno scuola, e non mancano in Europa forze reazionarie sintonizzate su questa sinistra frequenza, e grate a Bertinotti per l’inseminazione nelle vene proletarie del loro bacillo pestilenziale .

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    Contro la dittatura globale del capitalismo...

    Sul terreno del mercato internazionale e del profitto non c’è via d’uscita alla barbarie annunciata dall’America persino per la fascia privilegiata del proletariato internazionale. È costretto ad ammetterlo lo stesso Luttwak, che alla fine del suo saggio scrive: "Permettere al turbo-capitalismo di avanzare indisturbato significa disintegrare la società in una minuscola élite di vincenti e in una grande massa di perdenti... Ma opporsi al cambiamento turbo-capitalista e alla sua efficienza distruttiva può soltanto tradursi, in un’economia mondiale tanto competitiva (cioè nel quadro dei vincoli dell’economia capitalistica internazionale, n.), nell’impoverimento della nazione nel suo complesso e nel triste ridursi delle prospettive per i giovani che si affacciano sul mondo del lavoro. Permettere al turbo-capitalismo di trasformare ogni istituzione, dagli ospedali alle case editrici e alle maratone, in aziende finalizzate al massimo profitto ne distorce e ne stravolge il contenuto essenziale, sebbene ne accresca la resa economica. Ma opporsi alla trasformazione in atto condurrebbe all’impoverimento e all’annichilimento di tali istituzioni, perché la società non è più in grado di di sostenerle altrimenti, né di sostenere alcunché, poiché è stata essa stessa conquistata dalla propria economia. È proprio questo, in ultima analisi, lo stravolgimento di fondo del turbo-capitalismo: la società esiste per servire l’economia, anziché il contrario" (da Luttwak, pp. 274-275).

    No, non è uno stravolgimento: è lo sviluppo fino al parossismo dell’assunto di fondo del capitalismo, cioè la produzione di beni per valorizzare la ricchezza accumulata e non per soddisfare i bisogni umani. Si vuole spazzar via le conseguenze di quest’"eccesso"? Va spazzata via la sua radice, va cioè riorganizzata la riproduzione allargata della società in modo che non sia fine a se stessa, ma commisurata alle esigenze di vita della specie umana. Ma cos’è questo, se non il piano del comunismo internazionale? È qui l’annuncio più importante che viene dagli Usa.

    Negli ultimi vent’anni, al di là dell’Atlantico, il capitalismo ha avuto la possibilità di liberare tutte le sue "fantastiche potenzialità". Ha potuto disporre quasi a suo piacimemto della forza lavoro. Ha potuto plasmare a modo proprio, più di quanto non accadesse in precedenza, ogni ramo della vita sociale. Gli è stato possibile andare fino in fondo nel far diventare la logica mercantile il regista assoluto finanche dello sport, dell’arte, dei divertimenti e degli angoli più riposti della psiche umana... Bene, cosa ne è venuto fuori? Al posto dell’umanità lavoratrice finalmente incamminata sulla strada della felicità, come aveva promesso per anni e anni, esso ha lasciato sulla strada una popolazione sfinita dal super-lavoro, ha ridotto i proletari ad esseri atomizzati, spersonalizzati, gasati da consumi e comportamenti patologici, schiavi di un dittatore "invisibile" ma inesorabile: il mercato capitalistico. Un pò come rappresentato nei film di "fantascienza" di un Fritz Lang o di un John Carpenter. Ma con ciò, mentre brinda al suo "trionfo", il capitalismo sta intonando il suo canto del cigno.

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    ...una rivoluzione altrettanto globale

    Esso sta facendo sperimentare ai lavoratori che la democrazia è una dittatura spietata, che l’oppressione di essa è onnipervasiva e asfissiante, che i problemi che li attanagliano sono i mille tentacoli di un’unica mostruosa piovra, e che questa piovra sente solo le ragioni della forza. Verrà col tempo acquisita, assieme alla rimessa in campo -con maggiore potenza di oggi- dell’arma della lotta, la lezione politica che discende da questa situazione: per difendersi dalla morsa del "turbo-capitalismo" o anche solo attutirne uno qualsiasi (economico, sociale, ambientale, psichico) dei suoi effetti deleteri, occorre che gli "interessati" mettano mano non semplicemente al mattone dell’edificio capitalistico che sporge "fastidiosamente" sul loro fianco, ma al pilastro di tutta la costruzione: non più una società che serve l’economia, ma un’economia che "serva la società".

    Il capitalismo gradasso celebra al momento le sue orge. Eppure, mai come oggi ha affilato le lame della rivoluzione comunista e spinto i proletari ad afferrarle. Ai comunisti fare la loro parte affinché esse siano utilizzate per spazzare via dalla faccia della terra i maledetti sfruttatori e il loro lurido sistema sociale: ai comunisti fare la loro parte, mettendo in campo sin da oggi un intervento "onnilaterale" verso la massa lavoratrice che denunci e chiami a combattere tutti gli aspetti della schiavitù capitalistica.

    Con ciò giunge dagli Usa una conferma clamorosa del marxismo e della sua spietata critica del capitalismo. Avremo modo di tornare su questo punto in altra sede con maggiore profondità. Qui ci limitiamo ad aggiungere una sola cosa. Noi comunisti organizzati nell’OCI crediamo che il marxismo sia nel giusto anche nel sostenere la capacità del proletariato di compiere questa grandiosa operazione di chirurgia storica e nel prospettare il percorso attraverso cui esso potrà farlo: la sua organizzazione in partito comunista internazionale, la conquista rivoluzionaria del potere statale e l’instaurazione contro la dittatura internazionale del capitalismo della dittatura internazionale per il socialismo.

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    A che punto siamo?

    Questo percorso è già cominciato. Da un infimo gradino, è vero: dalla polverizzazione sociale e politica, dalla quasi-degenerazione umana. Esso è però alimentato da un eccellente carburante: la distruzione progressiva di ogni "zona franca" in cui i lavoratori possono convivere con o rinfrancarsi dall’incubo turbo-capitalista, la sedimentazione nel loro animo di un’estraneità vieppiù radicale verso le istituzioni e i valori della borghesia, l’accumulazione silenziosa nelle loro fibre nervose di una terrificante violenza distruttiva. Anche Luttwak lo rileva. E se ne preoccupa.

    Siamo solo ai primi passi, ma essi, seppur timidi, già sospingono in avanti. Registrando un sentimento diffuso tra i proletari ed espresso dai tassi di astensionismo elettorale prossimi al 50%, il movimento sindacale ha dovuto prendere atto che i conservatori e i repubblicani sono le due fazioni di un unico partito al servizio dei "vincenti" e che, se esso vuole far pesare gli interessi dei lavoratori, deve arrivare a costituire un terzo partito e fargli mettere mano, su supporto della mobilitazione sociale, al potere politico centrale. Questo il senso profondo del tentativo costituire un Labor Party. È già tutto quello che serve? No, ma ciò sta ponendo il problema successivo: per quale politica dovrà essere conquistato il potere? Per una politica di difesa della classe operaia attraverso il mantenimento del dominio mondiale degli Usa, oppure attraverso la distruzione di questo dominio? Ci sembra di aver già detto la prospettiva per cui diamo battaglia. Una vera difesa della condizione proletaria nella sua integralità, un riscatto della dignità umana della classe lavoratrice richiede, tanto per cominciare, che l’esigenza che anima il movimento sindacale converga con e raccolga l’istanza portata avanti dai coraggiosi nuclei antimperialisti statunitensi, dando nel contempo ad essi quella guida sociale che sola può renderli vincente. A noi lavoratori e comunisti dell’Italia sostenere questo loro, nostro percorso. Come?

    Sostenendo e portando avanti la battaglia senza quartiere contro l’aggressione statunitense ed europea ai popoli dominati, e incrinare così la catena con cui l’imperialismo continua a intossicare il proletariato statunitense (e occidentale). Sostenendo al contempo la lotta contro l’importazione in Europa del "modello americano", e spezzare così la spirale al ribasso della concorrenza internazionale tra lavoratori di paesi diversi su cui hanno così tanto speculato la borghesia statunitense e le sue sorelle europee. Puntando a colpire a tutto campo gli elementi del modello Usa(&getta!) che già costituiscono l’anima di questa rancida civiltà europea tanto cara ai Bertinotti.

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    L’infelicità di massa...

    Negli anni Settanta, solo (si fa per dire!) il 25% della popolazione statunitense era obesa: vent’anni dopo siamo arrivati al 35%. "Al pari delle sigarette, l’obesità è divenuta il più comune attributo del perdente nell’America contemporanea. Gli americani sono molto più grassi degli europei. Tuttavia si tratta di una media che cela situazioni radicalmente opposte. Gli americani vincenti sono in genere magri, talora fino all’innaturale, mentre i poveri sono spesso molto grassi, cosa che li mette ancor più in difficoltà nella ricerca di un impiego in un paese in cui l’obesità è ritenuta sinonimo di fallimento" (da Luttwak, p.35).

    "L’equivalente del fast-food sul piano affettivo può essere rappresentato, per esistenze altrimenti vuote, da cappelle, templi, ashram, santuari e sabba di culto pseudovangelico, New Age, ... Gli Stati Uniti ne sono pervasi. Quasi tutte queste forme di culto si presentano come incentrate sull’affetto o persino sull’amore reciproco, in contrapposizione con le religioni positive incentrate sull’obbedienza a una divinità. E quasi tutte pongono l’enfasi sul calore umano che caratterizza le loro assemblee, in contrapposizione con il freddo cerimoniale delle Chiese ufficiali" (ib., p. 244)

    "Altri americani risolvono il problema percorrendo strade più pericolose, e colmano il vuoto affettivo di una famiglia che non c’è (e l’ansia, lo stress e la fatica per una vita terribile, n.) con l’uso abituale, frequente o occasionale di droga e alcool (e psicofarmaci, n.). Anche questa forma di surrogato, al contrario di quanto vuole la leggenda, funziona (permette cioè al sistema borghese di tenere a bada le sofferenze e la rabbia dei lavoratori, n.). Il drogato in rovina, destinato a morte in miseria in qualche sordido vicolo, è un mito: se così non fosse e la base di clienti consistesse davvero in derelitti, disoccupati e ladruncoli, i signori della droga colombiani (e, sopra di essi, i loro padroni bianchi seduti negli uffici direzionali della City!, n.) dovrebbero accontentarsi di vivere in qualche casermone di periferia e di circolare in bicicletta, anziché passare la vita fra ville e jet privati." (ib., p. 245. )

    Un altro diffuso sistema per "tenere alto il morale" è la shopping-terapia e, in essa, quello di ricevere un flusso ininterrotto di regali... da sé stessi: "Una giovane donna, intervistata da un giornalista del Wall Street Journal, ha raccontato di avere comperato 13 regali di Natale: due per il suo ragazzo, e undici per sé. ‘Me li merito tutti’ è stato il suo commento" (ib., p. 246).

    Ma c’è anche un altro modo in cui si esprime il malessere che va accumulandosi nei lavoratori: la dilagante diffusione della litigiosità "gratuita" o di comportamenti "gratuitamente" violenti: dei dieci più grandi omicidi di massa della storia americana, otto sono avvenuti dopo il 1980 e in genere sono commessi da uomini bianchi di mezza età, dopo un prolungato periodo di solitudine, frustrazione e rabbia, nel quale erano spesso precipitati a seguito di una catastrofe esistenziale, come la perdita del lavoro o un divorzio. Una rabbia e una violenza che purtroppo si scagliano, alla cieca, contro falsi bersagli, anziché contro il vero responsabile di tante sofferenze: il sistema capitalistico.
    Che esso sia maledetto, e che arrivi presto il vento che lo porterà via, lui e i suoi viscidi cantori veltroniani.

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    Stato poliziotto e carceriere

    Come rileva giustamente Luttwak, c’è un altro aspetto che caratterizza il modello americano, oltre al rilancio dei guadagni capitalistici e al contemporaneo arretramento della classe lavoratrice: l’aumento della "popolazione carceraria".

    Nel 1997 un milione e ottocentomila persone erano rinchiuse nei penitenziari: per lo più giovani, per lo più scarsamente istruiti, per un terzo di colore, per un quarto a causa di reati connessi alla droga. A costoro vanno aggiunti i tre milioni e settecentomila persone in libertà condizionata o vigilata. In tutto, 5 milioni e mezzo di persone, una ogni 48 abitanti, il 2 % della popolazione!
    Nel 1980, agli albori del turbo-capitalismo, la cifra era pari alla metà!

    Come mai questo balzo? Ma per gli stessi motivi per cui i guadagni capitalistici sono tornati a spiccare il volo e la classe lavoratrice è stata messa in un angolo. Alcuni settori di quest’ultima "non sono riusciti nell’intento di mantenere o trovare un posto in fabbrica o in ufficio, e si sono visti sospingere verso attività mal retribuite... tradizionalmente destinate al sotto-proletariato. In passato, quando i soggetti senza professionalità risultavano ancora impiegabili, bastava fare due passi fino ai cancelli della fabbrica più vicina per entrare definitivamente nel mondo del lavoro. A quel punto, mantenere il proprio posto e la propria rispettabilità era soltanto questione d’inerzia." (da Luttwak, pp. 12-13).

    Negli ultimi decenni però verso queste occupazioni sono state sospinte le fasce meno abbienti e meno qualificate della classe lavoratrice. Il 5% di "emarginati" che compone la popolazione degli Usa, s’è di conseguenza ritrovato del tutto al di fuori del ciclo di produzione e distribuzione delle merci.

    Come campare? Assente dalla scena un movimento proletario intento a preparare o a dare l’assalto al sistema sociale che condanna 10 milioni di persone all’emarginazione, cosa potevano e possono fare costoro di diverso da quello che hanno fatto e fanno? Hanno usato il calcolo della convenienza personale che lo stesso turbo-capitalismo insegna come vangelo, e piuttosto che vivere nella disoccupazione e, di quando in quando, di un lavoro occasionale al salario minimo, hanno "scelto" di entrare nell’industria della droga e delle attività cosiddette "illegali".

    Per la classe capitalistica quattro piccioni con una sola fava. Essa ha trovato un esercito di braccia per questo ramo essenziale della sua accumulazione, un ramo che permette di tirar su il profitto medio complessivo. Ha trovato un modo per impedire che la rabbia di questa fascia della popolazione possa in qualche modo confluire e alimentare la protesta sociale. Ha trovato il canale per riversare sui lavoratori e le loro famiglie una massa di merci di stordimento, dalla droga alla pornografia e alla prostituzione, grazie alle quali puntellare l’edificio sociale col mastice di costumi patologici.

    E non si pensi che la popolazione carceraria sia aumentata perché le istituzioni statali stiano cercando di difendere la massa dei lavoratori dalle conseguenze della proliferazione della criminalità indotta dagli spiriti selvaggi del turbo-capitalismo! O perché esse vogliano risolvere la piaga della droga e della pornografia togliendone dalla circolazione i venditori al dettaglio! Li tolgono -in parte- dalla circolazione affinché tutta l’accumulazione capitalistica -legale e illegale- possa andare avanti al meglio, senza gli inceppamenti connessi alla crescita anarcoide della manovalanza micro-criminale. E così riescono anche ad intrupparli (grazie all’efficiente scuola del carcere!) nei ranghi delle strutture dipendenti dalla grande criminalità.

    Il rafforzamento dello stato-custode serve inoltre anche per canalizzare il malcontento dei lavoratori verso il sostegno dell’ordine sociale che li frega. Cosa vogliamo dire? Che gli effetti della micro-criminalità nella vita di un proletario aggiungono piaga ad altre piaghe. I "vincenti" si sono messi al riparo da questo "rischio" costruendo proprie città separate dalle giungle di asfalto e cemento che sono le moderne metropoli, con parchi, servizi e circuiti di guardia esclusivi incorporati entro le mura dei castelli del duemila. La massa lavoratrice che popola le grandi città, invece, deve fare i conti col degrado urbano e, in esso, con le ricadute della proliferazione della micro-criminalità. La legittima volontà di fare qualcosa contro questo degrado, come parte di un più complessivo imbarbarimento della vita proletaria, il legittimo desiderio di reagire alle incertezze prendendo in mano qualcosa di saldo, assume però la forma -e di tutto questo occorre ringraziare la sinistra riformista!- di una richiesta di ordine elargito dallo stato statunitense, di sorveglianza capillare e d’imposizione di pene più severe. Le istituzioni statali, i partiti politici, i mass-media da parte loro, a braccetto con il potere economico che le sorregge, non si lasciano certo sfuggire l’occasione per canalizzarlo questo sentimento pro domo loro!

    Lasciamo ancora la parola a Luttwak: "Fino a poco tempo fa la pena di morte era stata abolita dalla legge o risultava comunque in disuso nella schiacciante maggioranza degli stati. In anni recenti è stata reintrodotta e viene regolarmente comminata in 30 stati su 50. In 20 stati su 50, i minorenni possono essere condannati a morte se hanno compiuto i sedici anni, anche se l’esecuzione della pena capitale viene rimandata fino al giorno del compimento del diciottesimo compleanno. Eppure c’è chi non è ancora contento. Nel 1998 la California ha iniziato a discutere dell’utilità di abbassare a quattordici anni l’età minima per essere condannabili a morte, scatenando inevitabilmente la concorrenza: in New Mexico alcuni suggeriscono di portarla a 13 anni. Ancor più forti sono le pressioni verso forme più dure di detenzione e, nel sud, addirittura verso il ripristino dei lavori forzati." (pp. 90-91).

    L’intervento carcerario, che sembrerebbe a vantaggio di tutti, risulta quindi essere un servizio al capitale, pagato con una quota crescente del reddito che lo stato preleva dalle mani dei lavoratori. Il "libero mercato" predicato dal vangelo turbo-capitalista fa rima con una società dispotica e con uno stato carceriere, teso a canalizzare a supporto di se stesso il desiderio dei lavoratori di opporsi al disordine avanzante e la carica di violenza che ciò accumula in essi. O la classe proletaria sarà in grado di affermare su un’altra via questo desiderio e questa carica, o sarà in grado di risalire e attaccare, anello dopo anello, la causa di fondo della crescita della criminalità e dell’imbarbarimento della vita sociale (e cioè l’ormai putrescente accumulazione capitalistica) oppure una forma di mobilitazione reazionaria ben peggiore del fascismo la inquinerà...

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